Atti impuri di libridine
Un passo indietro. Bella serata a Besançon in compagnia di amici. C’è Lenk mio fratellino tailandese che studia architettura à Paris; poi una professorina cinese, i miei amici Jean Pierre e Maryse e altri. On parle français, soprattutto loro, io lo capisco e mi arrangio un petit peu. Si parla di tutto un po’, poi il discorso cade sugli stereotipi culturali, ognuno si fa del male come può, sarebbe meglio la Nutella o dell’Armagnac ma ci sono le signore non si può ruttare, neh!. Vengo a sapere dalla cinesina carina che lei non beve tè, non le piace il riso e si nutre qui en France di chocolat. Lei insegna francese in Cina, viene da un paese piccolo piccolo (ma che ha 200.000 abitanti!). Crollano le certezze mie e di molti ospiti, cinese niente riso, niente tè, ma com’è possibile? Eppure abbiamo capito bene, oui. Viene spontaneo chiedere come i cinesi vedano l’Italia. La cinesina candida candida mi dice che nel suo grande paese non si sa bene cosa sia l’Italia, meglio forse parlare di Europa… I giovani cinesi la pensano come un’unica regione (!) in grave crisi, in decadenza soprattutto morale, con la gente che si ubriaca e si droga… Ci guardiamo allibiti, ma chi abbiamo davanti è comunque una laureata, parla l’inglese e un buon francese… e allora? Insistiamo, ma la risposta è più o meno quella: loro, dico sempre i cinesi, pensano a un’Italiafranciaspagnagermania, unico pastone avvelenato. Insistiamo: ma l’Italia… la cultura, l’arte… Mah, dice lei… più forte è l’idea di un paese.. sgangherato, tipo Cecenia dice, non c’è il terrorismo da voi? Tipo CECENIA!! Abbiamo capito bene? Sì, forse ci prende per lo culo per vendicarsi dei nostri attacchi pro Tibet… Persino il mio fratellino tailandese ridacchia, è la sua vendetta, altro che massaggi speciali!
Già, gli stereotipi, che brutta malattia.Vi racconto ciò non per farvi sapere i fatti miei ma per introdurre la puntata d’oggidì che l’è un pochettino sbalestrata, esce dai soliti schemi, come vi accorgerete immantinente. Parlerò sempre di libri, non preoccupatevi, ma di libri strani, librinonlibri et similia. Quello che ho davanti è proprio un bell’oggetto, la carta sa di carta, palpeggio la pelle gialla della copertina come fosse un viso d’una giovane malese, l’inchiostro ha il retrogusto amarognolo da tipografia ambrosiana. Il contenuto è splendido, scioccante. Ne è autore il poliedrico Robert Wilson, regista, drammaturgo, video artista (qualcuno l’avrà visto a
Palazzo Reale non molto tempo fa’). Contiene, il libro dico, racchiude lo scrigno 80 fax (sì avete letto bene) spediti a suoi amici, mica al panettiere o al vinaio o al pizzaiolo, però. C’è Lou Reed, ad esempio, col quale Wilson si congratula per il testo di una sua canzone, poi ci sono Sophia Loren, Susan Sontag (il fax è riprodotto in copertina), poi amiconi del tipo Richard Gere, la fotografa Annie Leibowitz, si va da Patti Smith a Yoko Ono, da Isabella Rossellini a Giorgio Armani, non so se mi spiego. A dire il vero non me ne cale proprio, e me ne infischio sonoramente dei tulipani o papaveri destinatari dei fax di Bob. No, sono belli di per loro, dico i fax. Interessanti, fascinosi i calligrammi sopra disegnati, arabeschi tratteggiati da zanzare artistoidi, così i caratteri stampatello dell’inglese si spappolano visivamente, corpo piccolo corpo grande, braccia non ti riconosco più english my dear. L’interessante non è il testo scritto, ma quello inedito che appare, ideogrammi, disegni, codici, non so come chiamarli quegli spruzzi gettati sul lenzuolo bianco. Certo è che ogni pagina riserva sorprese in questa pinacoteca portatile, diario d’artista, eretica agenda fate voi.
La colpa di tutto ciò è certo loro, dei Futuristi intendo, ragazzetti senza fede, mocciosi merdoni e teppisti e rompiballe a lungo insopportabili. E messi ragionevolmente in soffita dalle asoriane avanguardie critiche in quella che sembrò gioiosa macchina da guerra, e dunque futuristi vergogna d’Italia, vaderetrosatana. Furono sdoganati in Laguna, Palazzo Grassi credo, non molto tempo fa ed allora marcia trionfale peppereppé tutti sul carro dei vincitori, secondo costume italiota. Unica nostrana avanguardia di livello europeo i Futuristi del generalissimo Marinetti, Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé ! In questo 2010 si concluderà speriamo il massacro de li zebedei con le parate futuristissime grandi medie piccole ed infime. Anche se sono soprattutto le accalappianti ‘arti visive’ a fare la parte del leone, con esibizioni a dire il vero anche degnissime. Perché ci sarebbe anche poesia e paroliberismo (ricordo con stupore degli autografi davvero mirabolanti), ma anche narrativa, su cui poco o nulla (ch’io sappia ma distratto sugno assai) in fondo sappiamo se non qualche godibilissim,a esposizione di copertine accattivanti. Per esempio io ignorante sono dei romanzi futuristi; dico romanzi ossia tradizionalmente contenitori strutturati secondo l’asse spazio-temporale che sembrano nu poco in
contraddizione con le teorie marinettiane (come coniugare, per esempio, velocità e ’scrittura lunga’?). Bene dunque si è fatto riproponendo un lavoro (del 1995) di Alessandro Masi, aggiornata panoramica aerea di quello che fu strumento di creatività, per la ricerca e la sperimentazione di nuove forme di linguaggio. Su questo versante, viste le campionature esibite, ci sarebbe da scrivere e dire molto, forse temperando il giudizio lusinghiero sull’efficacia o la profondità di tale sperimentalismo. Ma non vogliamo fare i ‘professori’, come ci direbbe l’accademico Marinetti. Lasciamo dunque ai colti lettori l’ultima parola.
Già, gli stereotipi prima si diceva. Libri che non sono libri, artisti che fanno di tuttounpo’, tipo quel bel tomo dell’Alessandro Bergonzoni. Sì quel faccione allucinato lingua mai silente che sferza e solletica che titilla decodifica decostruisce il linguaggio e poi utilizza i mattoni sonori per erigere nuovi edifizi, orifizi mai ospizi. Cinquant’anni credo senza sentirli o subirli o capirli forse carpirli dall’orologio del tempo per rovesciarli addosso a noiiii. Attore comico grottesco autore scrittore regista pittore ora nelle braccia della transavan-guardia ergo guardia sentinella avanzata che guarda-guata lungo i confini del deserto là dove i tartari arriveranno, forse. Sì il lunatico Bergonzoni lu-natico nel senso che forse pure lui ci prende per i fondelli ci sfregola ai fornelli delle lingue dei segni ci fa friggere come triglie senza briglie le sue parole: sì l’Alexandròs azzurro color di lontananza. Ora ci propina ci destina un libro non libro fatto di parole e di disegni, anzi di-segni che non inquadrano soggetti, anzi li mettono a soqquadro cercando logiche nuove, posizioni insostenibili meglio ancora. È un gioco uno scontro una sfida un’armonia dissonante di parole e segni e colori e suoni o forse persino
odori. Sì è un libro come oggetto, carta pagine ma senza numerazione perché il racconto non ha inizio né fine (“camminamento ininterrotto per i piedi di tutte le pagine che mantrano dal primo foglio all’ultimo”): è un flusso in cui immergersi e sta nell’inter-azione, nella scoperta che appunto senza numerazione che inchioda sono possibili numerose-azioni, cioè è difficile spiegare è difficile capire. Ma il libro è fascinoso, anche la conversazione iniziale di Bergonzoni con il cancellatore Isgrò, paradosso dell’annullamento apparente (mettere tra cancelli, dunque etimologicamente im-prigionare per s-prigionare nuova vergine energia), che è invece ludica liberazione. Con Isgrò si discetta del rapporto parola immagine e di tante-troppe-parole, trappolparole senza la conoscenza che dis-vela, oddio come mi piace fare l’heidegerino padano!.
Bob e Alessandro, fax e parole segni alfabeti grammatiche da inventare. Il libro dunque come oggetto e come esperimento, come luogo del possibile, del divenire. Libri non scritti, o illeggibili, è un vecchio piacevole tormento. Sono da tempo affascinato da questi libruoghi, laboratori a forma di libro, echi di libro, a volte senza pagine, a volte senza parole, prodotti con ogni possibile materiale. Mi manca la bussola, il mio amico Luciano Caruso, lui m’avrebbe spiegato con il suo accento tosco-
meridionale sgridandomi in continuazione perché capisco poco o niente. Ma l’è mia facil, bagai, l’è davero difficil piciarlini miei comprendre tout le monde dans ma testa de legn.
Già perché un libro è un microcosmo. Per ora me la godo in poltrona a sfogliare libri, a guardare le figure come facevo da bambino. Erano i mari anzi gli oceani del sud e le gesta di Sandokan e le tigri della Malesia, allora. Ora godo come un riccio a perdermi in questi libri non libri, sfogliando cataloghi come questo che ho davanti, sulla collezione di Libri d’artista del Fondo Liliana Dematteis, in deposito al Mart di Trento e Rovereto. Ciao ragazzi, ora mi immergo dans la rouge Salle de fêtes di Ettore Spalletti. Ho spento anche il telefonino, pensa te!
In questa sgangheratissima puntata (colpa di Bergonzoni!) abbiamo blaterato e forse delirato di codesti libronzoli:
Ø Robert Wilson, Love, Bob, Archinto, 2009. Pagine 97 per 16 euro.
Ø Zig Zag. Il romanzo futurista, a cura di A. Masi, Il Saggiatore, 2009. Pagine 443 a 22 euro.
Ø Alessandro Bergozoni, Bastasse grondare, Libri Scheiwiller, 2009. Costa 16 euro.
Ø Books! A cura di Melania Gazzotti, Silvana Editoriale. Pagine 127 per 25 euro.














