Pezzo diviso in due parti. Incomincia la prima, postferragostano lettore presta perciò attenzione. Poche vere vacanze, quest’anno. Sono tornato da poco da San Benedetto dove ho ritrovato l’amico Maurizio, ristoratore amante di vino e cultura. È lui uno degli animatori del Festival Leo Ferrè, due giorni di immersione nella poesia francese et dans la chanson. Per il resto sole mare e buona cucina. Viaggio come sempre in treno, tempi più lenti, ma non importa. Si ha la possibilità di guardare il mondo dal finestrino, sgranocchiandosi qualche libro. Non ho rinunciato a qualche lettura in terra marchigiana. Nella sacca sono scivolati due libri che hanno un unico protagonista, Arthur Rimbaud, il ragazzetto terribile e geniale che non affrontavo da tempo immemorabile, se si esclude qualche sporadica rilettura (le bateau ivre, par exemple) rinfrescata magari da un film come Poeti dall’inferno, con Leonardo di Caprio ben calato nella parte. Due libri su Rimbaud, ma distanti mille leghe. Il primo, di Edmund White, difficilmente definibile. Esteriormente una biografia appassionata del genio francese, in pochi anni capace di bruciare “tutte le tappe della storia della poesia: dal verso latino al Romanticismo, al Parnassianesimo e al Simbolismo, fino a giungere al Surrealismo ancor prima che questo nascesse”(p. 140). E dunque un lungo viaggio nella poesia e nella polvere delle strade fra Charleville Parigi, Bruxelles, Londra, l’Africa. White costruisce però  tale biografia critica insistendo sul tema della “doppia personalità” (p. 32), per altro estesa all’altro polo della coppia Rimbaud-Verlaine (vedi di quest’ultimo p. 65). Proprio tale scelta di lavorare soprattutto sul tema dell’ambiguità, e in particolare sull’omosessualità di Rimbaud, permette a White di intrecciare nel racconto anche la sua autobiografia. Studiare e comprendere Rimbaud è infatti per l’autore (inizialmente “omosessuale frustrato, aspirante scrittore, frocio ribelle”, così a p.15) un’ancora di salvezza, una sorta di clamorosa autorealizzazione del sé più profondo. In tale intreccio sta il pregio ed il limite del libro. La fortissima simpatia per Rimbaud, da un lato affila la penna e l’intuizione critica di White, dall’altro un po’infastidisce i lettori per certe inutili insistenze (cf. a p. 127 la descrizione della visita anale a cui fu sottoposto Verlaine).     

   Del tutto diverso il secondo testo, di Yves de Bonnefoy, nientemeno. Grande poeta e auscultatore finissimo di poesia, Bonnefoy presenta qui in una nuova versione, che rappresenta un’estrema messa a punto della sua visione, il lavoro di un cinquantennio:  dallo storico e fortunatissimo Arthur Rimbaud (1961) al recente e inedito Notre besoin de Rimbaud (2008). Una lunga fedeltà dunque intorno alla biografia e soprattutto intorno ai testi di Rimbaud. Che per Bonnefoy significa una ricognizione intorno alla sorgente ed alla genesi della poesia moderna. Saggi da centellinare, da leggere come un articolato profilo critico della poesia moderna, ma anche come una sorta di diario (di Yves) in compagnia di Arthur. Alla ricerca di risposte, o forse di domande.

Ecco i dettagli bibliografici dei due testi presi in esame:

> Edmund White, La doppia vita di Rimbaud, traduzione di Giorgio Testa, Minimum Fax, 2009. Pagine 186 per 14 euro.  

> Yves Bonnefoy, Rimbaud. Speranza e lucidità. Donzelli, 2010. Pagine 300 per 30 euro.

 

  UN PROGETTO AMMIREVOLE 

  Seconda parte ha inizio, aguzza la vista baldo lettor. In questa puntatina postferragostana voglio lasciare un po’ la parola agli amici e ai lettori per proporre delle iniziative che mi paiono interessanti ed in linea con la filosofia bibliofila che sostiene questo nostro cantiere cartaceo. Che forse rischia tra non molto di non poter più toccare ed annusare e palpare l’oggetto del suo desiderio mai sopito. Che ne sarà del libro tradizionale, parallelepipedo di carta scritta, copertinato, rilegato, odoroso come una ragazzina dopo la doccia? Il libro, oggetto quasi perfetto, ombra divina, sospiro sacro, visto che le grandi religioni discendono da esso, il Libro, appunto. Che ne sarà della nostra cultura, di noi, miopi lettori di infiniti caratteri inchiostrati e impressi su fogli bianchi da postillare, chiosare, interpretare per saecula saeculorum? Tutto forse sta finendo e s’apre un’alba nuova, e non è detto che non sia radiosa. Forse bisogna mettere da parte i pregiudizi (ma l’è dura!) e vedere appunto l’alba dentro l’imbrunire. Il futuro oltre il passato ed il nostro presente di incalliti lettori. Si apre una nuova era, quella degli e-book e dei libri in rete, si dischiudono nuove possibilità, chissà. Un libro (per il momento ancora tradizionale) ci aiuta a delineare meglio il futuro prossimo venturo. L’ha scritto Gino Roncaglia e si intitola La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro. L’editore è il solito coraggioso ed encomiabile Laterza, Costo 19 euro per 285 pagine.

 

   Come al solito ho divagato, ma non troppo visto ciò che verrà immantinente Ora davvero cedo la voce a Giuseppe Bearzi (giuseppe.bearzi@alice.it), che ha messo in piedi un bellissimo progetto che da neonato si va facendo bimbetto e promette di diventare presto adolescente e poi adulto. Ciò che segue è tutta farina del suo sacco e del suo ingegno. Relata refero.

 

   “I piccoli, suggestivi, medievali abitati dell’Umbria si stanno spopolando, perché i ragazzi, non trovando opportunità qualificate e qualificanti di lavoro, se ne vanno altrove, nelle città più grandi o in altre regioni del mondo, in cerca di una vita dignitosa. Restano gli anziani, persone che mirano a godersi ciò che hanno più che a innovare o sviluppare ciò che è. Ma se i ragazzi migrano, i luoghi muoiono ed ogni giorno di più ci troviamo a camminare per viuzze antiche, ma vuote, silenziose, ogni giorno più degradate e deturpate dall’egoismo locale o dall’ingordigia globale.

Tutti quei castelli, villaggi vocaboli, hanno storia, usi, costumi, tradizioni, interessi che, con l’esodo giovanile, scompariranno. Ad andarsene per sempre sarà anche un patrimonio storico, culturale, etico, sociale che tutto il mondo civile c’invidia e che qui le grandi bocche piene di parole lasciano morire e che pochi mecenati tentano di salvare con nuovi spunti, idee, azioni, ma quasi mai nella loro integrità. Ora, insieme a chi già sta tentando – ciascuno a modo proprio – di ravvivare questi luoghi, s’è affiancata con le “biblioteche dei libri salvati” anche INTRA (www.intra-umbia.eu), un’associazione nata nel 2008 con sede a Colle Baldo di Piegaro.

 

   Ogni anno sono editi in Italia oltre 60 mila libri,  La maggior parte resta nelle librerie otto dieci mesi, per rientrare spesso invenduta dai loro Editori e poi finire al macero. Se ogni anno vengono editi 60 mila libri, ce ne sarà qualche migliaio di inediti vuoi perché troppo di nicchia vuoi perché l’Autore non ha trovato un Editore disposto a pubblicare le sue opere. Questi inediti, spesso frutto degli studi di una vita di una persona, finiranno sul fuoco. Se a questi aggiungiamo i libri fuori commercio degli anni passati, le riviste, i film, vhs, dvd, cd, gli spartiti, scopriremo un patrimonio immenso che non sarà mai convertito per gli e-book, anche se importante ed utile. Un patrimonio destinato a sparire, a finire prima nei depositi delle biblioteche pubbliche o nelle soffitte di vecchie case, poi nelle riciclerie o – pagina dopo pagina – ad accendere il fuoco dei caminetti.

   INTRA in poco più di due anni, ha raccolto oltre 10.000 libri, 1.200 riviste, 1.500 fumetti, 1.500 tra film, vhs, dvd, 400 tra nastrocassette e cd, alcuni spartiti, una ventina di manoscritti, un erbario. Che ne sta facendo? Li sta distribuendo in “biblioteche multilingue” nei piccoli vocaboli, castelli, villaggi dell’Umbria in base al tema scelto dagli abitanti stessi in funzione dei loro usi, costumi, tradizioni, interessi. E’ questa scelta, infatti, a determinare il successo dell’iniziativa, perché scopo di una “biblioteca dei libri salvati” non è accumulare sui libri polvere e ragnatele, ma essere punto d’incontro, di riferimento, d’iniziative legate allo spirito del luogo e agli interessi degli abitanti. Di “biblioteche dei libri salvati” - grazie alla collaborazione con Comuni, Scuole, Associazioni - ne sono già sorte una dozzina e altrettante hanno già scelto il loro tema per costituirsi a breve. Significative anche le prime esperienze: c’è chi accampa difficoltà per giustificare le proprie inadempienze; chi invoca regole diverse da quelle codificate per stendere un velo sulle proprie carenze pratiche; chi, infine, con semplicità, volontà e zelo è non solo partito, ma già ottiene i primi successi di partecipazione ed azione.

   Elementi basilari per il successo dell’iniziativa sono la scelta del tema più consono al luogo della ”biblioteca”, e la partecipazione attiva delle istituzioni ed associazioni locali. Così San Savino, sulle sponde del lago, ha scelto come tema il “Trasimeno”,  San Venanzo, che ha un vulcano, ha scelto “Magmi e Vulcani”,  Castel dei Fiori i “Giardini”, l’Istituto Agrario di Todi “Agricoltura e Zootecnia”, Torgiano “il Vino e la Civiltà Contadina”,  Monte del Lago “la Civiltà dell’Olio”, ma ci sono anche “i Libri dei Ragazzi” a Piegaro, “Fotografia e Cinematografia” a Tavernelle, “Musica Lirica” al Liceo di Todi, le “Fonti Rinnovabili di Energia” a Monteleone d’Orvieto e via elencando.

Chi ha scelto il tema giusto – come Marsciano, Castel dei Fiori, Tavernelle ed altri ancora -, sta procedendo a gonfie vele e sta trasformando la propria “biblioteca” in “laboratorio dei libri salvati”: qui i libri diventano mattoni con cui costruire eventi incontri, attività, escursioni, opportunità per il futuro, occasioni di lavoro e d’interesse per i giovani non più rassegnati ad un futuro altrove”.

 

   Ecco tutto. L’iniziativa è splendida e prometto ai miei lettori di andare a controllare personalmente come procedono i lavori. Alla prossima, a vacanze invero finite, consumate, sperperate, fate vobis.

 

 

   Sono sempre di corsa, caviglie permettendo, eppure sempre in ritardo. Le giornate s’accorciano, i fastidi s’allungano, la mente s’affloscia il corpo barcolla la vista s’accorcia dolgono i denti si diradano i capelli e chi più ne ha più ne metta. Ciau mama. Tre giorni a Tergeste, o Trieste o Trst, fate vobis. “Como trieste Venezia!” declamava Adriano Spatola facendo il verso ad Aznavour. Nonostante tali acciacchi e progressivi decadimenti psico-fisici, ogni tanto ritorna il sereno, qualche squarcio d’azzurro soleggiato, senza esagerare. E si ritorna volentieri a Trieste, striscia rumorosa fra il Carso e il mare. Sì forse è a volte triste Trieste, ma è piuttosto una melanconia, un vorrei ma non posso, qui una volta c’era Saba, Svevo, Joyce, c’era un lembo fortunato di Cacania come diceva quel tale. Il porto, le merci, e greci, turchi, levantini, bizantini, e le carrozze e le dame e i bei caffè e il walzer e la Sissi.

   Ci riporta un po’ a questo clima asburgico, ma con importanti aggiornamenti, un libro che mi sono goduto sul treno, fra Milano e Trieste. Interessante anche per uno sguardo un po’ diverso, certamente più europeo, che permette di considerare meglio questo straordinario crocevia di lingue e d’interessi geopolitici. Il libro di Jan Morris coglie e trasmette ai lettori il fascino dell’”effetto Trieste”, una particolare disposizione d’animo un po’ contemplativa un po’ estetica, che elude le coordinate del tempo e dello spazio. Il “nessun luogo” di cui parla il titolo è appunto la negazione di ogni nazionalismo, Trieste scenografia perfetta per una rappresentazione metafisica. Ma non di metafisica, ma di storia e di conflitti e di genocidi e foibe tratta un altro libro che ho qui sulla scrivania, Trieste ‘45, di Raoul Pupo. Trieste come frontiera e insieme crocevia. Lembo di  terra martoriata ove si sovrappongono due guerre – quella che viene dall’est e quella che viene dall’ovest –, e due occupazioni – jugoslava e angloamericana – e due liberazioni, concorrenziali l’una all’altra. Trieste luogo della prima crisi internazionale del dopoguerra, laboratorio privilegiato, non solo per la politica internazionale e per le relazioni fra movimenti di liberazione, ma anche per il complicato rapporto fra il PCI e il partito comunista jugoslavo.

   Ancora Trieste. Città senza storia e senza cultura, dicevano, borgo ingrossato come una ciste, servitore di Mercurio piuttosto che d’Apollo, eppure oggi siamo qui e più che il mare e il cielo ci attira la cupola smaltata di San Spiridione e non sappiamo definire Trieste se non cogli occhi di Saba e il Carso è ancora quello di Slataper. Siamo quasi murati, cementati nella cultura di questa città; che è invece così naturale, monte e acqua, verde e azzurro e sole e la bora che ti pressa e ti dà scossoni e non ti fa respirare. Già, il vecchio Saba, nume tutelare che passeggia ancora nei pressi della sua libreria, “berretto pipa bastone, gli spenti / oggetti di un ricordo […] / Sempre di sé parlava”… è una poesia di Vittorio Sereni, l’avrete riconosciuta. La ritrovo nella densa introduzione al carteggio Saba-Sereni, puntigliosamente annotato da Cecilia Gibellini. Trentanove le lettere del triestino, diciannove quelle di Sereni, luinese di non molte parole e certo intimorito dal più anziano (di trent’anni) e già famoso corrispondente. E infatti Saba esordisce col tu, mentre Sereni non varcherà mai la soglia di un lei rispettoso. Sarà un po’come padre, Saba, e Vittorio sarà figlio, almeno sul piano intellettuale. Padre a volte invadente, impetuoso, narcisista, ma mai banale. Anzi con frequenti sprazzi di anarchica genialità, maestro nell’arte delle apparenti divagazioni, scorciatoie che spesso si trasformano in suggerimenti e giudizi taglienti quanto proficui. Giudizi sulla poesia di Sereni, certo, ma spesso precisazioni e interpretazioni della sua poesia, frammenti e abbozzi di quella infinita Storia e cronistoria del Canzoniere, forse un unicum della nostra letteratura. Figlio rispettoso ed educato e paziente, Vittorio. Forse troppo, ma già con una sua forte personalità e un’idea di poesia che viene maturando grazie appunto a incontri decisivi come quello con Saba.

   Saba-Sereni: avevo già letto qualcosa del mio amico Silvio Ramat, ma dove? Non è facile orientarmi nel labirinto cartaceo dello studio, libri impilati, o scaffalati in duplice tripla fila, per fortuna mia moglie non mi fa la multa e si limita a protestare (a volte non troppo civilmente). Bagliore di lucidità nel caldo asfissiante. Certo, nel parallelepipedo bianco-crema, numero speciale della “Rivista di Letteratura Italiana”, ecco dove! Rivista anzi volume volumazzo cinquecentano (nel senso delle pagine) dove sono riposte diverse gemme della recente ricerca sul Tergestino nostro cum pipa. Sempre un piacere fisico scorrere le pagine ben stampate in carattere dante monotype. E poi davvero una miniera con una settantina e più di interventi mirati, frutto di un Convegno internazionale di studi, ben orchestrato da Giorgio Baroni (ciao prof). Un libro-rivista di nicchia, Saba extravagante il titolo accattivante assaie, ma ogni tanto vale la pena di nuotare nel mare accademico, tanto più che i testi sono qui volutamente ridotti a poche pagine, ergo non c’è spazio per svolazzi barocchismi e narcisismi vari. Conclude il volume un’utile bibliografia sabiana 1997-2007. Una prova incontestabile che il vecchietto è in realtà vivo e vegeto, almeno nell’albergo confortevole delle patrie lettere.

   Trieste città  di carta e di natura, paradosso misterioso che ancora mi sorprende. Non lontano da qui, a Gorizia, moriva cent’anni fa Carlo Michelstatder, aveva ventitrè anni. Ricordo i pellegrinaggi miei goriziani, fra appunto la casa di Michelstaedter, la Sinagoga e la casa del grande Ascoli. Ora invece sono qui a Trieste con gli amici Fulvio e Riccardo a ritrovare Carlo, a comunicargli la nostra riconoscenza. Lo facciamo in un luogo simbolico, sul colle di San Giovanni, da dove partì l’esperimento antipsichiatrico di Franco Basaglia. L’ex manicomio ora è quasi bello, con le diverse costruzioni ripulite e tinteggiate, e gli alberi e i roseti ben curati. Eppure nell’aria della sera sembra di risentire l’eco stanco d’antichi dolori. L’esordio della serata è da brividi, con alcuni giovani pazienti che recitano brani tratti dal grande Carlo. E non sai dove incominci la saggezza e dove la follia, e chi sia davvero sano, se esiste poi Sanità. Poi tocca a noi e infine a musiche armene che suggellano una giornata intensamente vissuta.      

   Come è bello andare sul treno che fende il Carso. Ciaociao Miramare devo lasciarti. Arrivederci vecchi e nuovi amici tergestini! Culla il treno, e impone un lungo dormiveglia, dove ancora mi appare Carlo e suo padre che si chiama come me. Dopo Mestre ci riprendiamo un po’ tra sonno e veglia e poi ancora letture sino alle prime ombre grigie di Milano. Libri e paesaggi. Sguardi sul mondo.

 

   Ecco le solite note bibliografiche per i miei 11 fedelissimi (Ormai, come ha scritto qualcuno, “io conosco personalmente tutti i miei lettori):

 

Ø      Jan Morris, Trieste o del nessun luogo, traduzione di Piero Budinich, Il Saggiatore, 2009. Pagine 221 per 10 euro.

Ø      Raoul Pupo, Trieste ’45, Laterza 2010. Pagine 381 per 22 euro.

Ø      Umberto Saba, Vittorio Sereni, Il cerchio imperfetto. Lettere 1946-1954, a cura di Cecilia Gibellini, Archinto, 2010. Pagine 250 per 16 euro.

>                    Saba extravagante. Atti del Convegno Internazionale di studi (Milano, 14-16 novembre 2007) a cura di Giorgio Baroni. “Rivista di Letteratura Italiana”, 2-3, XXVI, 2008. Fabrizio Serra Editore, 2008. Un volume di pagine 464, sip.

 

   Sempre fui anarcoide e me ne vanto assai, soprattutto oggi che mollaccione sto diventando e per amore di quieto vivere dico ni e compromessi fo. In tempi in cui ‘piacentiniano’ era un insulto velenoso, tra gli snob architetti della gauche et de la droite même de casa nostra, parlo d’un ventennio fa e più, mi prese lo schiribizzo di visitare le opere fascistissime. Intendo le città ideali o meno volute e progettate e persino costruite dall’Impero soprattutto là nell’Agro Pontino, nobile e quasi arcadica espressione per indicare una zona del Lazio oggetto di radicale risanamento sotto lo sguardo vigile del DUX. Vennero invitati (!) a collaborare come cafoni et in altre più nobili mansioni persino nordici quali per esempio i Veneti, che allora erano malridotti assaie e quindi disponibili a fare i badilanti e poi i coloni in quell’angolino sconosciuto anzi inesistente ancora del Bel Paese. Un po’ come i disgraziati che ora salgono e scendono lo stivaletto per raccogliere uva o fragole o pomidoro, persino con meno diritti oggi, che pure siamo democraticissimo stato ed è quasi un secoluzzo trascurso oibò. Beh, insomma,  trentenne o giù di lì, con il futuro che non era ancora tramontato alle mie spalle, in compagnia del fido Carlo geografo insigne e compagno di merende, perlustrammo allora le novelle cittadine da Lui volute, tipo Sabaudia per intenderci. Con qualche sorpresa, bisogna dirlo. Rispetto agli scempi modernissimi, non erano poi così male quelle costruzioni e la razionalissima disposizione urbanistica, controllare per esempio il centro storico di Latina e poi il casino odierno che intorno le sta. In quel tour urbanistico e imperiale ci mancò il tempo di penetrare fino a Guidonia,  città fondata (nel 1936) per onorare la memoria del generale del genio aeronautico Alessandro Guidoni ahinoi perito come novello Icaro nell’intento di provare il funzionamento di un paracadute di nuova concezione si schiantò al suolo presso l’aeroporto militare di Montecelio, già dedicato ad Alfredo Barbieri. Ecco quindi sorgere dal nulla la “Città dell’Aria” di Guidonia, amministrativamente congiunta alla Montecelio millenaria, un collinozzo  che si staglia nella piana di Guidonia, come fasciato da strade e case medievali ancora ben conservate (ci ho gustato un abbacchio da 10 e lode, grazie Fabrì!). Eccomi dunque scaricato dalla metrò alla Stazione Tiburtina e poi con lungo trasferimento ferroviario nella per me mitica Guidonia, in realtà cittadona di quasi 90mila abitanti freneticamente spalmati ai quattro angoli di quello che fu il centro istorico, il faro, intorno all’aeroporto militare, bien sûr. Mi invitano a chiacchierare alla prima edizione del Festival del racconto sportivo. Bella intelligente e coraggiosa iniziativa in questo campo ormai mercificato e plastificato. Ho la possibilità di incontrare vecchi e nuovi amici, Carlo, Fernando, Giancarlo, Massimo, Ugo… Scintille d’intelligenza, voglia di riprendere la penna per raccontare il mistero senza fine bello dello sport, le sue piccole grandi storie, i gesti, gli odori della fatica. È però domenica oggi, è scoppiata l’estate ed è quasi mezzogiorno. Mi assale come uno struggimento, e mi dirigo verso il piazzale dell’aeroporto, come dal suono di sirene avvinto. Osservo le villette razionalisticamente progettate per i figli dell’aria, salgo al cuore del Comune, alla torre, alla piazza. Non incontro anima viva e nella calura Guidonia diviene Città del silenzio. Mi lasci afferrare dal fascino segreto dell’ora. Ha bisogno di restauri la cittadella e io percorro via Chiorboli (già via Gramsci indica maliziosamente l’insegna) e mi perdo in questa città in decadenza, mi inoltro nella piazza che fu del mercato con il sole che abbaglia il travertino e illumina le facciate scrostate, gli ocra, gli arancioni…Quante vite passate! ne sento come gli echi, poi mi fa ritornare al presente l’aggressività di una scritta nera sui muri, ripetuta: “Ti amo 86”. Non è più tempo di Liale, di aviatori e d’amore. È ora di tornare sui miei passi, mi attendono per il prossimo incontro. Ciao Guidonia ciao.

    Mi scrivono vecchi compagni di lettura, insinuano che da un po’ avrei tradito lo sport, non hanno tutti i torti, ma me ne ero un po’ stancato. La pila di libri m’avverte che sto esagerando nel battere la fiacca, è l’ora di tornare al lavoro. Ma già in viaggio avevo leggiucchiato non poco, libri diversi  tutti però ‘sportivi’ doc, abbiate pazienza amici miei, eccovi il primo, recensito a puntino. Si incomincia, tenetevi forte, poi capirete il perchè. Sembra nato nel segno di una stella, Eugenio Monti, classe 1928. Ma è una stella nera, forse per troppa luce. Eugenio significa nato per grandi cose, ma c’è anche per contrasto l’influsso di Rosso Malpelo, perché lui, l’Eugenio, ha i capelli rossi. Quelli così sono cattivi e da evitare come i gatti neri, fai attenzione !. Nato fra le montagne (questa volta il segnale è nel cognome), il ragazzotto non può fare altro che praticare dello sport. E si mette a sciare alla grande, la sua giovane stella incomincia a pulsare di luce purissima. Ma gli dei, si sa,  sono invidiosi di quest’uomo solido, alto e bello, che piace alle donne. Arriva il primo grave infortunio, legamenti spezzati. Carriera finita. Ciao Eugenio ciao. Troppe pulsioni, troppa energia, dove, come  incanalarla? Gli offrono uno sputnik, un siluro che corre nel ghiaccio. Sarà il suo destino, il bob. Fioccano come neve i titoli, le coppe, le vittorie. E gli infortuni. E rimane ancora da afferrare quella coda del drago, il titolo olimpico. Sarà finalmente a Grenoble, 1968. Cambia la vita di Eugenio, l’arrivato; ma c’è un’intera immensa schiera di giovani che vuole cambiare il mondo, e non sa ancora come. A quarant’anni la vita sembra spalancarsi per il Genio, la buona stella si sta però esaurendo e lui ancora non lo sa. C’è come un buco nero, un vuoto maligno che sta per incominciare a succhiare con metodo la linfa del bobista olimpico Eugenio Monti. Che diventa altro, s’inventa organizzatore o imprenditore nelle sue terre. Non si scappa al destino, e in una foto, l’ultima del libro si leggono già sul volto i segni della fine. Gli occhi sono di uno che ha pianto, che ha visto l’ombra della nera signora. È difficile resistere al male, al dolore per un figlio morto tragicamente. Non ce la fa più Eugenio, si toglie di mezzo con un colpo di pistola. Vicenda tragica ma insieme epica quella raccontata da Stefano Rotta in Rosso Ghiaccio (Limina, 2010).. Non un libro che vuole gonfiare ed esaltare il protagonista, ma un’indagine sull’uomo e il fato. Con un racconto corale, ben ritmato nello stile, accorato ma capace di rispettare i silenzi e le debolezze di un uomo e della sua generazione.  

   Ho già tessuto altrove l’elogio del mio amico Andrea da Lodi. E ho raccontato l’emozione che provai anni or sono leggendo il suo primo fascio di storie dolci-amare (Vi conterò di Mariellina (Limina editore). Allora chiamai al telefono l’autore e lo incontrai nella sua terra, la mitica Costaverde, fascia erbosa che rimarrà credo luogo mitico della bassa lodigiana. Da qui Maietti ha attinto le sue storie più belle e toccanti. E anche il suo nuovo libro, nonostante il titolo forse depistante, Quel che resta di Coppi, è un ritorno a quelle risorgive sempre fresche, dove ci si ferma volentieri ad ascoltare le vicende a loro modo epiche dei vari Tugnin, Pedron, Pasquin, Battista, Paulin, Cècu Ferrari, Carlìn barbé. Un vecchio mondo di sicuro povero ma perfetto e incomparabile, dove gli uomini si guardano ancora negli occhi e piangono poco e se mai di nascosto. E insieme un libro che è come una riflessione, una ricognizione anche e soprattutto dentro di noi. Come dire, un bilancio esistenziale: quel che resta dei nostri sogni, della nostra povera saggezza, quel che noi possiamo offrire agli altri, tramandare (in questo senso l’epilogo, con il passaggio del testimone al figlio, orienta l’intero libro). Pagine di ricordi, lampi di sport, che diventa vita, esperienza, sangue e carne. Tutto nella forma apparentemente chiusa in realtà calibrata dell’articolo (3000 battute all’incirca), come una sfida a concentrare le emozioni esercitando l’arte del levare, dando quindi un peso reale alle cose, e alle parole.

   Cambiamo libro, voltiamo pagina anzi continente. Perché signori miei il Sudafrica incombe, Lippi ha già dato i numeri la stampa fibrilla pronta ad azzannare il presuntuoso e cazzone CT, o a laudare il conducador invincibile, dipenderà dai risultati. Stiamo per essere invasi dai soliti chilazzi di carta più o meno igienica , ognuno ha da dirci la sua che è la migliore. Fioriscono le guide ai Mondiali, le storie dei Mondiali, le ricette dei Mondiali, gli eroi i santi i navigatori dei Mondiali vincere e vinceremo! Si stacca da questo confusione mediatica e cartacea un bel libro (Mondiali dal 1930 a oggi) che ho prima sfogliato, poi leggiucchiato con interesse, episodi curiosi e non privi di poesia. Il secondo verbo – leggiucchiato - non è a caso, perché del libro è appetitosa soprattutto l’iconografia, davvero inusuale. Colpiscono certo le foto d’epoca  i cimeli fatti storia (le casacche, le scarpe, i palloni i gagliardetti) ma commuovono quelle che gli storici definiscono ‘carte povere’ dello sport. Vale a dire manifesti, libri fino a scendere ai giochi, ai francobolli ai biglietti. Tutti segni del grande alfabeto, piccole eppure coinvolgenti tessere del nostro mondiale personale, schegge d’infanzia, sussulti di nostalgia a ogni pagina.

  Di tutt’altro genere, eppure ugualmente interessante, è un altra proposta editoriale (vedi te come scrivo fico!). “Calcio mistero senza fine bello” sentenziava – parafrasando Giovannino Pascoli, credo - il babbo di tutti noi Gioanbrerafucarlo. E infatti mi ci sono affezionato a quest’idea anche irrazionale e magica del football, che in effetti è un po’ in  declino. Certo io mi vergognerei un poco d’essere tifoso d’una squadra che possiede superbamente tante palanche da comprare tutti i giocatori migliori, pagandoli come nessun’un altro. Così giochi da solo, ammazzi tutti, vinci e rivinci, ma che gusto c’è? E dov’è lo spirito d’Olimpia, la democrazia di base blablabla. Ugualmente non ho mai amato grafici tabelle e statistiche varie, non stimo gli economisti che credo spesso cialtroni e maghi (l’ultimo crack finanziario qualcosa ha dimostrato, credo). Eppure ho letto con interesse qualche capitolo di questa Calcionomica, tentativo interessante (con risvolti direi inconsapevolmente umoristici) di spiegare il football con indagini e soprattutto numeri. Dico effetti umoristici perché gli autori medesimi a volte irridono a statistiche presentate come scientifiche ma che tali non sono. Noi poveri lombardotti creduloni ci caschiamo, ma c’è ormai anche un travaso di bile della scienza, non sta poi così bene di salute di lei non ti puoi più fidare. Simon e Stefan come il gatto e la volpe ci conducono con mano da un lembo all’altro del pianeta sciorinando dati e ipotesi e spiegazioni, con scoperte a dire il vero anche sorprendenti (si può partire come ho fatto io dall’intrigante indice dei nomi e poi spiluccare qua e là dai piatti anche esotici offerti dal menù). Prospettive e scenari inediti, soprattutto per noi italianuzzi autoreferenziali, che non arriviamo oltre i confini e crediamo che Berna sia lontana come l’ Alasca e forse che ci sia ancora il nazismo in Germania, meglio la Spagna, olè. No. Meglio una bella cacio e pepe, magari con un litrozzo schietto de li Castelli, e mejo se c’è il ponentino a fajedìdesì. E Buonanotte ai sognatori.   

    Ma non senza aver offerto i bibliografici riferimenti per li lettori assatanati:

 

 

Ø      Stefano Rotta, Rosso Ghiaccio, Limina, 2010. Pagine 173 per 18 euro

Ø      Andrea Maietti, Quel che resta di Coppi, Limina 2010. Pagine 134 per 18 euro.

Ø      Gino Cervi Antonio Gurrado, Mondiali dal 1930 a oggi, Bolis, 2010, Pag. 159 per 17,50 euro.

Ø      Simon Kuper e Stefan Szymanski, Calcionomica, Isbn edizioni, 2010. Pagine 364 per 24 euro.

Torno da Chieti, dove ho sudato le sette camicie per nu piatto de maccheroni che poi mi sono dovuto pagare da me. Cà qualcuno è fesso e io dico “presente !”. Torno da Chieti, città un giorno forse piacevole, ma oggi un coacervo di cemento e lamiere, con la città alta assediata e Chieti Scalo che scoppia e si sgrana e insieme si sfalda levantinamente verso il mare, sulla via di Pescara. Uno dei non luoghi più raccapriccianti d’Europa, temo. Per questo la mente torna alla più rassicurante Franche-Comté, nella mia piccola e beneamata Besançon, con il centro storico ben protetto dal Doubs e dal verde dei giardini, sorvegliato dall’alto dalla Fortezza costruita da Vauban. Ho amici cari a Besà, e dunque torno volentieri almeno col pensiero dopo questa pericolosa e faticosa immersione nel cemento e nel casino urbanistico più totale. Com’è invece geometricamente e elegantemente e lievemente disordinata Besançon, con i palazzi costruiti con la stessa pietra, stili che si succedono nel tempo, eppure perfettamente fusi e integrati in un disegno che è urbanistico e insieme civile, ecologia del pensiero e non solo. E’ come un Libro di storia, la città, anzi una sorta di Enciclopedia di pietre e di vite tanto è alta la concentrazione dei ricordi.

   Una delle mie passeggiate preferite consiste nel lasciarmi trasportare dal Pont Battant verso la Grand Rue, e poi mollemente depositare le mie gambe e il cervello sovrastante, quando funziona. È la forza antica del cardo maximus che invita al percorso ed è la Porta Nera che funge da calamita finale, una specie di ingresso agli inferi, o comunque all’oltretomba, per me. Ma poi per chi lo vuole c’è la possibilità dell’anabasi sollevando lo spirito verso la Cattedrale, sorvegliata in alto dalla Cittadella, Poco prima della Porte Noire s’apre una piazza piccola ma importante per la storia non solo di Besà. Lì è nato, nel 1802, uno dei padri della letteratura d’Europa, Victor Hugo. A pochi metri di distanza hanno visto la luce, è il caso di dirlo, i fratelli Auguste e Louis Lumière, les inventeurs du cinématographe. Poco importa se poi se ne siano andati altrove. Quando mi trovo nella piazza provo come la vertigine d’essere in una macchina del tempo, che in pochi secondi mi trottoli dal mondo romano alle grandi cattedrali (come stai Quasimodo?) ai Misérables – ciao Jean Valjean – fino alle prime proiezioni cinematografiche. Mi gira la testa, mi devo fermare, dov’è un café?  Dopo la sosta mi capita sempre di percorrere rue Renan per raggiungere all’Università il mio amico e capo Angelo C.

   È  un’altra via magica, dove le pietre parlano ad ogni metro o quasi. Iscrizioni antiche formule d’augurio o ammonimenti … e poi Lui. Non riesco a sfuggire al suo sguardo, apparentemente nascosto, io so che è là. È le Saint-Suaire, il lino sacro. È un’antica e forse rozza ma popolarmente intensa rappresentazione del santo Sudario di Besançon. Qualcuno sostiene che sia addirittura quello che si sta esponendo in questi giorni a Torino, ma i passaggi sono troppo complessi per poterli anche solo accennare in queste mie righe, così liquide e inconsistenti. Certamente fu presente a Besançon, poi andò distrutto nel 1349 in un incendio, sembra. Ma forse no. Perché la Sindone ricomparve miracolosamente pochi anni dopo. Poi ancora la storia si smarrisce… Pare che fosse infine distrutta. Dopo un vero e proprio processo positivamente illuministico. Era il 24 luglio 1794, anni sanguinosi della Rivoluzione; si sentenziò che il sacro lenzuolo fosse solo un falso. Ma non fu bruciato. Da esso si ricavarono bende per i malati dell’ospedale. Una fine irrispettosa, ma con un suo significato recondito, forse da approfondire. Nel segno di Francesco direi, nel folle amore del Santo di Assisi per i poveri, gli oppressi…. E chissà quei frammenti quali piaghe sanarono, e di chi e dove e se ci furono guarigioni inaspettate….

   Simili vaneggiamenti mi impegnano durante le mie passeggiate. Certo, quelle bende sembrano rappresentare mille storie possibili da inseguire e forse da moltiplicare perché molti altri teli, in genere bianchi e senza figura, hanno avuto nel corso dei secoli la dignità di reliquie sepolcrali di Gesù. E da essi sono fiorite ipotesi, suggestioni, percorsi che dal Calvario portano in mille luoghi della terra. Da Gerusalemme a Emessa alla sindone di Besançon, ai sudari di Cadouin e di Carcassonne, alla “Santa Cuffia” di Cahors, e il numero di possibili reliquie si aggira almeno sulla quarantina. Da laico non mi preoccupa, anzi, mi affascina questa moltiplicazione perché essa produce una infinità di storie che non hanno termine né soluzione. I fili intessuti, le trame, le storie, una potente macchina narrativa, insomma in cui perdersi, forse per ritrovarsi, chissà. Certo, al centro rimane la Sindone di Torino. L’Immagine per eccellenza. Forse la mirabile fotografia (appunto la scrittura attraverso la luce) della Resurrezione, il lampo accecante con cui la Vita respinge per sempre la Morte. E comunque, anche per chi non crede, una sorta di monumento alla sofferenza ed al dolore dell’Uomo ingiustamente offeso e condannato. Ma oggi anche il luogo dell’accanimento interpretativo. Una sorta di laboratorio storico su cui  si piegano e si confrontano le scienze e la fede. Si sprecano gli esperti, le perizie, le analisi, i prelievi, le interpretazioni, le ipotesi, le deduzioni. Eppure la Sindone interrogata, spremuta, assediata, resiste, offre una risposta e cento domande.

   Milioni di pagine cercano di definirla, ma lei resiste. Difficile sottrarsi a tale tiro incrociato, all’assalto mediatico esploso in occasione dell’ostensione della Sindone. Io come al solito preferisco qualche libro, ma è impossibile trovare qualche bussola. Suggerisco dunque solo tre testi, senza alcuna pretesa. Una sintesi problematica me l’ha proposta l’utile rassegna di Massimo Centini  (da cui ho tratto qualche spunto relativo alla diffusione di altre reliquie), centrata su un altro tormentone dei giorni nostri, i Templari.   A tale questione si è interessata anche la giovane storica   Barbara Frale nel suo I Templari e la Sindone, dove sostiene che il telo di Torino è il bizantino Mandylion di Edessa, trafugato durante il sacco di Costantinopoli del 1204, poi clandestinamente adorato dai monaci guerrieri. La stessa Frale, impiegata presso l’Archivio Segreto Vaticano, è un po’ la star delle nuove indagini e delle ipotesi più affascinanti proposte sia agli esperti che ai profani come chi scrive. Suo è anche il corposo saggio intitolato La sindone di Gesù Nazareno. Libro complesso ma piacevole e intrigante, in cui la studiosa recupera e reinterpreta precedenti acquisizioni da tempo accantonate. Sorprende ancora la Sindone che ci offre di nuovo, generosamente, dei dati da interpretare. Tracce di scrittura trilingue (greco, latino ed aramaico), forse – dice la Frale - il certificato di sepoltura di Yeshua Nazareni redatto da un funzionario al servizio della amministrazione romana. Semplice e burocratica annotazione della morte di un uomo, un morto come tanti altri durante il regno di Tiberio. Sarebbe l’anello mancante la Prova cronologica. Ogni tanto provo a immaginare cosa potrebbe pensare dentro di sé chi ci guarda dall’alto, signore del tempo e dello spazio.

   Riepilogo ed integro i dati bibliografici di questa puntata, forse un po’ troppo seriosa, ma ci rifaremo, state tranquilli. Ciao mama. 

  

Ø      Massimo Centini, La reliquia del gran maestro. Indagine sulla Sindone e i cavalieri Templari, Piemme, 2010. Pagine 219 per 14,50 euro.

Ø      Barbara Frale, I templari e la Sindone di Cristo, Il Mulino, 2009. Pagine 251 per 16 euro.

Ø      Barbara Frale, La Sindone di Gesù Nazareno, il Mulino, 2009. Pagine 364 per 28 euro. 

 

 

 

 

 

    Provocatoria-mente un lettore mi chiede se riuscirei a distinguere i libri dal tatto o dal profumo, “come si fa con la pelle delle femmine”. Fortunato lui che ha più gote o braccia o quant’altro per simili esercizi tattili. Avrei bisogno di un lungo apprendistato per farmi la mano, disemm inscì. Per i libri sono un pochino più allenato e ho possibilità di esercitazioni infinite, almeno fin che dura. Certo questo del rapporto sensoriale con il libro è un bel tema. Cosa ci offre quel parallelepipedo di carta, copertinato, cosa ci regala? Indipendentemente dal testo, intendo, quasi non contenesse nulla o magari solo l’alfabeto, A,B,C, D, ecc. Non so se esista in qualche parte del globo un simile professionista, una sorta di sommelier del libro, un assaggiatore di copertine, un annusatore d’inchiostri, un palpeggiatore di carte, chissà. Mi rivolgo a chi mi ascolta, magari voi ne sapete qualcosa, ne possiamo parlare, chissà che non ne venga fuori qualcosa, chissà. Potrebbe essere una professione nuova, un tecnico bibliosensoriale, fate vobis.

    Certo che i libri ne danno di brividi, di emozioni, adrenalina pura. C’è chi si diverte a fare piroette buttandosi dai ponti, c’è chi fa arrampicate impossibili, poi ci siamo noi libromani che ci gasiamo con poco. Io ad esempio quando mi arriva un pacchetto rettangolare, francobolli freschi e accattivanti, confezionato con carta classica da imballaggio, chiuso con una cordina, nodo fatto a regola d’arte, io so già chi me lo può spedire. Naturalmente non tramite corriere, ma con posta ordinaria, così godi di più nell’attesa. È un’esperienza quasi mistica l’attesa, l’arrivo, la svestizione, la rivelazione. “Tolgo lo spago e strappo la carta. È un libro, ruvido al tatto, molto wabi. In giapponese wabi significa ‘forma nascosta del bello, qualità di raffinatezza mascherata di rusticità’”. Rubo questa frase a L’eleganza del riccio, Edizioni E/O, 2007, pp. 158-159. Parafrasando il testo d’una canzone si potrebbe dire che una casa editrice la si misura da come viene confezionato e spedito, offerto al godimento estetico quel parallelepipedo che ci piace tanto. Il libro l’ho scartato, è qui davanti a me. Non ne conosco ancora il titolo, ma ne so a memoria il formato un po’ insolito, so come sarà impostata graficamente la copertina. La palpeggio ad occhi chiusi, è leggermente zigrinata, ne sollevo l’aletta, tasto la carta, è come al solito, per fortuna; la pasta è impercettibilmente granulosa ma compatta, non amo le carte lucide. Ora apro gli occhi, è il numero 121 della collana “Carte d’artisti”, l’editore è Abscondita. Ne ho visitato la sede milanese di via Manin 13. Ha ancora l’aspetto e il gusto della bottega artigiana, la gente che ci lavora ha negli occhi la voglia di proporre qualcosa di importante e di esteticamente bello. Mi è arrivato un classico di Jean Starobinski, me lo papperò appena possibile. Intanto lo sfoglio, vedo le illustrazioni, do un’occhiata alle note, scorro l’indice dei nomi. Tutto a posto, per fortuna, riconosco e godo di tale agnizione.

   Gli esempi potrebbero essere infiniti, lo so, ma io ho spazi ridotti. Torniamo però al piacere estetico del libro, grafico e ancora di più sensoriale. Un’altra esperienza mia recente, una goduria. Ci sono libri, sempre più rari, che ti arrivano intonsi (a ‘pagine chiuse’), devi perciò aprirli manualmente con un tagliacarte. Un’esperienza lenta, un mantra manuale e insieme psicologico. Devi esattamente e contemporaneamente adempiere a due compiti. Quello manuale appunto, perché devi tagliare con cura le pagine stando attento a non ferire la cute della pagina, che risulterebbe lacerata e il libro rovinato, c’è chi si è suicidato al secondo sbrego, non si può scherzare, polso fermo e insieme flessibile, il tagliacarte dev’essere perfetto, sconsiglio l’uso di cartoline, se proprio non avete nulla di meglio (magari siete in viaggio) consiglio quelle più rigide. Il secondo compito, più difficile, è quello del controllo del desiderio. Perché tu avresti voglia di finire al più presto la tonsura, per libido, per curiosità, per superbia (mi avrà citato nell’indice dei nomi?). Eppure devi controllarti una tagliatio precox sarebbe un guaio, profaneresti il tempio. Bisogna invece rispettare il rito, il movimento dev’essere deciso e insieme calibrato. Non c’è fretta. Intanto, mentre tagli le pagine si accumula sul tavolo o sui pantaloni (succede perché di solito l’operazione si compie in poltrona; io preferisco la sera dopocena, magari con un armagnac) una polverina bianca, sono i residui delle cosiddette barbe, peli di carta, rimasugli del taglio. C’è chi aspetta e solo alla fine si ripulisce i pantaloni; c’è chi invece cerca di divinare il futuro attraverso quelle stelline bianche, come si fa per i fondi di caffè. C’è infine chi guarda allucinato quella specie di via lattea, raccogliendo le forze per poter infine accedere ai penetrali del tempio. C’è poi la fase della palpazione, l’annuso della carta, l’ebbrezza dell’inchiostratura profumante. Sono poche le case editrici che consentono simili sciccherie. Tra queste certamente l’editrice Antenore. Un tempo già padovana, in via Rusca, raggiungibile da Santa Giustina dopo un dedalo di stradine, un’esperienza di ricerca bibliografica in itinere sui generis. E infatti mi ci devo essere perso, la prima volta, partendo alla ricerca dei fratelli Billanovich, di Guido in particolare, nella sua casa-laboratorio-editrice, bei tempi, Gino eravamo giovani! Ciao vecchio Bill (qui intendo Giuseppe) mio grande maestro, forse avrei potuto far di più lo so, ma se non ci fossero pecore nere non ci sarebbe il Buon Pastore e allora bisognerebbe riscrivere tutto e tu non saresti Magister. L’eroe antico, Antenore troiano appunto, è approdato in riva al grande fiume, del resto era compagno d’Enea, no? Ma bisogna dire che nulla è cambiato, la qualità è rimasta eccelsa, erudizione assoluta, quasi esercizio zen per asceti ricercatori. Lo stampatore è sempre Bertoncello, la qualità della carta e degli inchiostri è sempre quella, cambia forse leggermente secondo l’annata. L’esperienza a cui mi riferivo poco fa è stata resa possibile grazie all’arrivo di un volume contenente scritti di Vittorio Imbriani, 15° della collana “Scrittori italiani commentati”. L’Imbriani, di professione scassamarroni, scrittore eterodosso e tutto da gustare per gli amanti del fetish letterario. Gli scritti presenti, sia pure di vario argomento, offrono campionature davvero d’alta scuola. Lingua e stile assolutamente personali e irriducibili a schemi, lungo una linea che parte dal coetaneo Dossi e arriva a Gadda e a Manganelli (vedi di quest’ultimo le tre scintillanti schede sull’Imbriani contenute in Laboriose inezie, Garzanti 1986, pp. 297-308). Sta a voi scoprire gli antiqui padri, i giganti su cui i nanerottoli come noi siamo si fanno belli e guardano in lontananza.

Rimaniamo in tema, o quasi. Altra goduria tattile e non solo. E’ un regalo dell’editore Fabrizio Serra di Roma. Il parallelepipedo cartaceo è assai libidinoso fin dalla confezione, con pregiata sovracopertina di cartoncino avorio. Si tratta di un numero speciale della “Rivista di Letteratura Italiana”, che occhieggia allegramente con copertina color zafferano, per me color di nostalgia. Parecchi anni or sono ebbi l’onore di scrivervi qualcosa, come passa il tempo bagai ! Il titolo del  monografico volume è muy allettante, Archelogia futurista, che contiene una ventina di interventi, con larghissima presenza di studiose (bisognerà perciò introdurre quote ‘azzurre’?). Ne abbiamo viste tante in questo futuristico centenario (oibò!), e di qualcosa già riferimmo in una puntata precedente (o forse due?). C’è sempre però qualcosa da imparare o da cercare. Bisogna però fare fatica, aprire i vecchi armadi, togliere le carte dai cassetti e la polvere dai polpastrelli magari intorpiditi. Per fortuna le biblioteche e gli archivi non sono stati bruciati, come voleva il vate Marinetti. Anzi, il Futurismo è stato subito preso da frenesia di sovraproduzione cartacea e grazie ad esso è nato un nuovo collezionismo, con patiti che si contendono l’ultimo mumero speciale della tal rivistina a suon di palanche. Ma c’è ancora molto da fare, da leggere, ordinare, studiare, pubblicare perchè davvero molti testi sono assai rari e dunque praticamente irraggiungibili. Per esempio vorrei saperne di più sul nodo sport-scrittura e Futurismo, mito della velocità e blablabla a parte. Ma sono debolezze mie, lo so. Non divaghiamo come al solito. Bello dicevo il titolo e interessantissimo il contenuto, frutto quasi sempre di indagini e ricerche di prima mano, dalle prealpi (Varese) alla Sicilia. Come dire che l’intero stivale è stato rovesciato ed esplorato e dai saggi presentati (alcuni corredati da utilissime illustrazioni) molto ancora si promette, con piccoli e grandi protagonisti ancora da scandagliare e valutare. Già da ora mi sembra ragionevolmente scalfito il concetto generale di Futurismo come metafisico ente più o meno venerabile; e invece qui appaiono prove e documenti di feconde anticipazioni, e incroci e contaminazioni e passi avanti e forse indietro, secondo il minuetto della storia e le ubbie e gli scatti della genialità individuale. Si conferma ancora una volta che tutto è semplice solo per i faciloni, esclusi beninteso i presenti.        

 

Puntata atipica, lo so, ecco comunque i riferimenti bibliografici completi. Consiglio i lettori di sbirciare dal buco della serratura dei cataloghi editoriali, disponibili per via telematica.

 

Ø      Jean Starobinski, 1789. I sogni e gli incubi della ragione, traduzione di Silvia Giacomoni, Abscondita, 2010. pagine 188 per 22 euro;

Ø      Vittorio Imbriani, Appunti critici, a cura di Gabriella Riso Alimena, Antenore, 2009. Pagine 156 per 21 euro.   

> Archeologia Futurista, a cura di Giorgio Baroni. Numero monografico della “Rivista di Letteratura Italiana”, 3, XXVII, 2009. Fabrizio Serra Editore, 2010.          


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