Un passo indietro. Bella serata a Besançon in compagnia di amici. C’è Lenk mio fratellino tailandese che studia architettura à Paris; poi una professorina cinese, i miei amici Jean Pierre e Maryse e altri. On parle français, soprattutto loro, io lo capisco e mi arrangio un petit peu. Si parla di tutto un po’, poi il discorso cade sugli stereotipi culturali, ognuno si fa del male come può, sarebbe meglio la Nutella o dell’Armagnac ma ci sono le signore non si può ruttare, neh!. Vengo a sapere dalla cinesina carina che lei non beve tè, non le piace il riso e si nutre qui en France di chocolat. Lei insegna francese in Cina, viene da un paese piccolo piccolo (ma che ha 200.000 abitanti!). Crollano le certezze mie e di molti ospiti, cinese niente riso, niente tè, ma com’è possibile? Eppure abbiamo capito bene, oui. Viene spontaneo chiedere come i cinesi vedano l’Italia. La cinesina candida candida mi dice che nel suo grande paese non si sa bene cosa sia l’Italia, meglio forse parlare di Europa… I giovani cinesi la pensano come un’unica regione (!) in grave crisi, in decadenza soprattutto morale, con la gente che si ubriaca e si droga… Ci guardiamo allibiti, ma chi abbiamo davanti è comunque una laureata, parla l’inglese e un buon francese… e allora? Insistiamo, ma la risposta è più o meno quella: loro, dico sempre i cinesi, pensano a un’Italiafranciaspagnagermania, unico pastone avvelenato. Insistiamo: ma l’Italia… la cultura, l’arte… Mah, dice lei… più forte è l’idea di un paese.. sgangherato, tipo Cecenia dice, non c’è il terrorismo da voi? Tipo CECENIA!! Abbiamo capito bene? Sì, forse ci prende per lo culo per vendicarsi dei nostri attacchi pro Tibet…  Persino il mio fratellino tailandese ridacchia, è la sua vendetta, altro che massaggi speciali! 

    Già, gli stereotipi, che brutta malattia.Vi racconto ciò non per farvi sapere i fatti miei ma per introdurre la puntata d’oggidì che l’è un pochettino sbalestrata, esce dai soliti schemi, come vi accorgerete immantinente. Parlerò sempre di libri, non preoccupatevi, ma di libri strani, librinonlibri et similia.  Quello che ho davanti è proprio un bell’oggetto, la carta sa di carta, palpeggio la pelle gialla della copertina come fosse un viso d’una giovane malese, l’inchiostro ha il retrogusto amarognolo da tipografia ambrosiana. Il contenuto è splendido, scioccante. Ne è autore il poliedrico Robert Wilson, regista, drammaturgo, video artista (qualcuno l’avrà visto a Palazzo Reale non molto tempo fa’). Contiene, il libro dico, racchiude lo scrigno 80 fax (sì avete letto bene) spediti a suoi amici, mica al panettiere o al vinaio o al pizzaiolo, però. C’è Lou Reed, ad esempio, col  quale Wilson si congratula per il testo di una sua canzone, poi ci sono Sophia Loren, Susan Sontag (il fax è riprodotto in copertina), poi amiconi del tipo Richard Gere, la fotografa Annie Leibowitz, si va da Patti Smith a Yoko Ono, da Isabella Rossellini a Giorgio Armani, non so se mi spiego. A dire il vero non me ne cale proprio, e me ne infischio sonoramente dei tulipani o papaveri destinatari dei fax di Bob. No, sono belli di per loro, dico i fax. Interessanti, fascinosi i calligrammi sopra disegnati, arabeschi tratteggiati da zanzare artistoidi, così i caratteri stampatello dell’inglese si spappolano visivamente, corpo piccolo corpo grande, braccia non ti riconosco più english my dear. L’interessante non è il testo scritto, ma quello inedito che appare, ideogrammi, disegni, codici, non so come chiamarli quegli spruzzi gettati sul lenzuolo bianco. Certo è che ogni pagina riserva sorprese in questa pinacoteca portatile, diario d’artista, eretica agenda fate voi.

  La colpa di tutto ciò è certo loro, dei Futuristi intendo, ragazzetti senza fede, mocciosi merdoni e teppisti e rompiballe a lungo insopportabili. E messi ragionevolmente in soffita dalle asoriane avanguardie critiche in quella che sembrò gioiosa macchina da guerra, e dunque futuristi vergogna d’Italia, vaderetrosatana. Furono sdoganati in Laguna, Palazzo Grassi credo, non molto tempo fa ed allora marcia trionfale peppereppé tutti sul carro dei vincitori, secondo costume italiota. Unica nostrana avanguardia di livello europeo i Futuristi del generalissimo Marinetti, Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé ! In questo 2010 si concluderà speriamo il massacro de li zebedei con le parate futuristissime grandi medie piccole ed infime. Anche se sono soprattutto le accalappianti ‘arti visive’ a fare la parte del leone, con esibizioni a dire il vero anche degnissime. Perché ci sarebbe anche poesia e paroliberismo (ricordo con stupore degli autografi davvero mirabolanti), ma anche narrativa, su cui poco o nulla (ch’io sappia ma distratto sugno assai) in fondo sappiamo se non qualche godibilissim,a esposizione di copertine accattivanti. Per esempio io ignorante sono dei romanzi futuristi; dico romanzi ossia tradizionalmente contenitori strutturati secondo l’asse spazio-temporale che sembrano nu poco in contraddizione con le teorie marinettiane (come coniugare, per esempio, velocità e ’scrittura lunga’?). Bene dunque si è fatto riproponendo un lavoro (del 1995) di  Alessandro Masi, aggiornata panoramica aerea di quello che fu strumento di creatività, per la ricerca e la sperimentazione di nuove forme di linguaggio. Su questo versante, viste le campionature esibite, ci sarebbe da scrivere e dire molto, forse temperando il giudizio lusinghiero sull’efficacia o la profondità di tale sperimentalismo. Ma non vogliamo fare i ‘professori’, come ci direbbe l’accademico Marinetti. Lasciamo dunque ai colti lettori l’ultima parola.

    Già, gli stereotipi prima si diceva. Libri che non sono libri, artisti che fanno di tuttounpo’, tipo quel bel tomo dell’Alessandro Bergonzoni. Sì quel faccione allucinato lingua mai silente che sferza e solletica che titilla decodifica decostruisce il linguaggio e poi utilizza i mattoni sonori per erigere nuovi edifizi, orifizi mai ospizi. Cinquant’anni credo senza sentirli o subirli o capirli forse carpirli dall’orologio del tempo per rovesciarli addosso a noiiii. Attore comico grottesco autore scrittore regista pittore ora nelle braccia della transavan-guardia ergo guardia sentinella avanzata che guarda-guata lungo i confini del deserto là dove i tartari arriveranno, forse. Sì il lunatico Bergonzoni lu-natico nel senso che forse pure lui ci prende per i fondelli ci sfregola ai fornelli delle lingue dei segni ci fa friggere come triglie senza briglie le sue parole: sì l’Alexandròs azzurro color di lontananza. Ora ci propina ci destina un libro non libro fatto di parole e di disegni, anzi di-segni che non inquadrano soggetti, anzi li mettono a soqquadro cercando logiche nuove, posizioni insostenibili meglio ancora. È un  gioco uno scontro una sfida un’armonia dissonante di parole e segni e colori e suoni o forse persino odori. Sì è un libro come oggetto, carta pagine ma senza numerazione perché il racconto non ha inizio né fine (“camminamento ininterrotto per i piedi di tutte le pagine che mantrano dal primo foglio all’ultimo”): è un flusso in cui immergersi e sta nell’inter-azione, nella scoperta che appunto senza numerazione che inchioda sono possibili numerose-azioni, cioè è difficile spiegare è difficile capire. Ma il libro è fascinoso, anche la conversazione iniziale di Bergonzoni con il cancellatore Isgrò, paradosso dell’annullamento apparente (mettere tra cancelli, dunque etimologicamente im-prigionare per s-prigionare nuova vergine energia), che è invece ludica liberazione. Con Isgrò si discetta del rapporto  parola immagine e di tante-troppe-parole, trappolparole senza la conoscenza che dis-vela, oddio come mi piace fare l’heidegerino padano!.

   Bob e Alessandro, fax e parole segni alfabeti grammatiche da inventare. Il libro dunque come oggetto e come esperimento, come luogo del possibile, del divenire. Libri non scritti, o illeggibili, è un vecchio piacevole tormento. Sono da tempo affascinato da questi libruoghi, laboratori a forma di libro, echi di libro, a volte senza pagine, a volte senza parole, prodotti con ogni possibile materiale. Mi manca la bussola, il mio amico Luciano Caruso, lui m’avrebbe spiegato con il suo accento tosco-meridionale sgridandomi in continuazione perché capisco poco o niente. Ma l’è mia facil, bagai, l’è davero difficil piciarlini miei comprendre tout le monde dans ma testa de legn.

   Già perché un libro è un microcosmo. Per ora me la godo in poltrona a sfogliare libri, a guardare le figure come facevo da bambino. Erano i mari anzi gli oceani del sud e le gesta di Sandokan e le tigri della Malesia, allora. Ora godo come un riccio a perdermi in questi libri non libri, sfogliando cataloghi come questo che ho davanti, sulla collezione di Libri d’artista del Fondo Liliana Dematteis, in deposito al Mart di Trento e Rovereto. Ciao ragazzi, ora mi immergo dans la rouge Salle de fêtes di Ettore Spalletti. Ho spento anche il telefonino, pensa te!

 

   In questa sgangheratissima puntata (colpa di Bergonzoni!) abbiamo blaterato e forse delirato di codesti libronzoli:

 

Ø      Robert  Wilson, Love, Bob, Archinto, 2009. Pagine 97 per 16 euro.

Ø      Zig Zag. Il romanzo futurista, a cura di A. Masi, Il Saggiatore, 2009. Pagine 443 a 22 euro.

Ø      Alessandro Bergozoni, Bastasse grondare, Libri Scheiwiller, 2009. Costa 16 euro.

Ø      Books! A cura di Melania Gazzotti, Silvana Editoriale. Pagine 127 per 25 euro.   

 

  

    Ciao a tutti. Auguri ritardati ma spero rasserenanti per quest’altra montagna da scalare, altezza 2010. Poco? Forse per te che sei scattante e fresco come un grillo campagnolo. Non siamo Messner, ahinoi, piuttosto vecchi stambecchi azzoppati, miopi  cinghialoni imbolsiti ma ci proveremo lo stesso, anche questa volta, te lo prometto mamma. Dicembre frenetico fra Italia e Francia. Ritorno sempre volentieri nella natalizia e illuminata Besançon, fra vecchi e nuovi amici (saluts, Jeanpierre, bises, Maryse). Pioviggina ma non fa freddo e io percorro la Grande Rue con i soliti progetti in tasca, fra paranoie varie che occupano il capoccione mio ma per fortuna tutto passa, il poco sole basta a illuminare le pietre del centro storico e ciò che sembrava uniforme grigio si arricchisce di venature blu e ocra e la vita sembra più abbordabile, perfino interessante in quell’alfabeto variopinto, codice da decifrare.

   Qui il ritmo è più calmo che da noi, così come i decibel, peccato per il clima, pugnalate continue per la mia cervicale sempre convalescente fra una ricaduta e l’altra. Ma dopo la France, l’Italie. Bisogna correre, bisogna scrivere ora su Silvio Benco, ora su Carlo Michelstaedter, poi c’è Carducci, poi il solito de Amicis, quando finirà mai questo slalom sulla tastiera? Meglio che andare in fonderia, certo, meglio che a scuola a urlare per dire agli altri che sei vivo e che fa male essere calpestati. E mi ritrovo dunque ancora a usare la scrittura come prova d’esistenza, bava luccicante che indica il cammino percorso, che registra per la memoria e per il bilancio annuale quali traiettorie sono state disegnate sul vetro opaco della vita. 

   Già, bisogna correre come questo treno che mi porta a Parma, qui l’inverno si è fatto veramente serio, rigidamente aggressivo. Mi aspetta l’amico William e Angelo e nuovi amici (Gino e Franco: non sono comici ma illustri studiosi) nell’Aurea Parma, Biblioteca Palatina, una vera bomboniera per bibliofili. Viaggio epico tra Milano e Parma, come andare a Mosca, nella bianca distesa padana silenziosa e quasi morta, come dopo un’epidemia letale. Bianco su bianco solo qualche segno scuro sullo sfondo, alfabeti che non conosco. Carrozze senza riscaldamento, ci saranno duo o tre gradi in vettura, per la prima volta vedo la neve anche all’interno del treno, avranno lasciato di notte le carrozze e i finestrini aperti questi allegri amiconi dei ferrovieri? Sembra la steppa sconfinata, tradotta che va al confine, parteciperemo forse all’assedio di Leningrado, dammi la fiaschetta di grappa, camerata Moretti! 

   I piedi si stanno gelando, unico ristoro un libro, fresco fresco… di stampa. C’è tempo per leggere tra Milànosk e Pjarmeschaja, periferia dell’Impero, non troppo distante da Vladivostok, passami la coperta compagno Moretti! Come sono eleganti i libri Adelphi, mamma mia! Nelle lunghe ore del viaggio mi fa compagnia un volumetto di Jean Echenoz, copertina azzurra scrittura limpida, chiara. Essenziale. Mi racconta la storia di Emil Zatopek, biografia esemplare di un uomo e di un’ideologia (è un mio vecchio amico e le rivedo volentieri: a lui ho dedicato dei capitoletti nel mio ultimo lavoro, che vi segnalo di sfuggita, un po’ timidamente, ma mia moglie mi dice di non fare il fesso e io… obbedisco).

Già, dicevamo Zatopek, il robot cecoslovacco, l’eroe del comunismo. Un uomo-macchina, un robot, appunto, sputato da un buco nero dell’Impero, Moravia, Ostrava, Zlin…. Locomotiva umana, cuore ad ossigeno, muscoli, polpacci d’acciaio, caviglie imbullonate. Dunque centauro meccanico del XX secolo, l’uomo nuovo dell’era comunista, metallo forgiato dal martello della rivoluzione. Uomo, corridore venuto come dal nulla, espressione della volontà umana che tutto può. Correre, correre sino alla fine senza mai frenarsi, senza speculare, generosità massima e insieme sofferenza atroce, ascesi, trance agonistica infinita. Nulla rimane della corsa dell’oplita ateniese, non l’armonia dell’atleta greco: “Emil procede in maniera pesante, scomposta, sofferta, a scatti. Non nasconde la violenza di uno sforzo che gli si legge sul viso contratto, irrigidito, stravolto, continuamente distorto da un rictus penoso a vedersi”. Tecnica quasi disumana che spiega i record conseguiti su varie distanze, dai 5 ai 30 chilometri. E le medaglie olimpiche di Londra nel 1948, con l’oro sui 10.000, e l’argento dei 5.000; e l’impresa alle Olimpiadi di Helsinki quattro anni dopo, realizzando una tripletta mai uguagliata, oro nei 5.000, 10.000 e nella Maratona,  re del fondo e del mezzofondo.

Non è però solo un burattino Emil, non è solo l’eroe della sua Cecoslovacchia o dell’intera URSS. No. Conosce le lingue, studia, viaggia, conosce il mondo. Ed è tra i primi a passeggiare nei viali con gli alberi ingemmati in quella che sarà la primavera di Praga. Tra i primi ad appoggiare Dubcek e a pagarne poi le conseguenze. Fino in fondo, come sempre.  Corri Zatopek, corri fratello. Corre, si fa per dire, il treno, locomotiva ultramoderna, freccia rossa, uccello di fuoco. Siamo quasi arrivati e non me ne sono accorto. Merito tuo Emil, grazie per la compagnia. Compagno Mauro, i miei saluti, grazie per la coperta, nasvidania, se consenti… ti lascio due banane per il viaggio, non si sa mai… . Io scendo qui, se si aprono le porte, sono ancora ghiacciate, ah, che disastro l’inverno russo!

Il percorso biblioferroviario di oggi è piuttosto striminzito, ma la colpa non è mia:

 

Ø      Jean Echenoz, Correre, Adelphi, 2009. Pagine 148 per 15 euro.

Ø      Alberto Brambilla, Quando rividi Maratona, >Sedizioni, Pagine 115 per 11 euro.

 

Si ritorna sempre volentieri a Trieste, oh yes! Sto parlando un misto angloitaloveneto con la statua di Joyce che c’è a Ponterosso: molto simpatico il ragazzo e alla mano. Mia moglie ci ha fatto una foto ricordo. Avevo già chiacchierato con Saba, vicino alla sua ex libreria: ciao Umberto, come va? Smettila di fumare che ti fa male, ma lui ha alzato le spalle, tirato un’altra pipata e mi ha mandato a quel paese. Finis. Questa volta non mi sono spinto sino a Piazza Hortis per salutare Svevo, sarà per un’altra volta, ciao Italo. Quando dopo Monfalcone il treno incomincia la grande curva e un po’ pende verso il mare mi sento a casa, tra azzurro e i colori del Carso ancora magnifici in quest’autunno inoltrato, fiera impazzita di verdi e marroni e gialli e rossi e ci vorrebbe un altro per descriverveli meglio. Viaggio un po’ per lavoro, perché dovrei parlare di Silvio Benco, giornalista e scrittore ed intellettuale di rango: dico dovrei perché sono messo per ultimo e la smania di protagonismo di altri riduce il mio intervento a due paginette lette di fretta, tra sbadigli e fuggi fuggi.

Ritorno soprattutto per rivedermi un po’ la città, magari fuori dalle solite rotte che ci hanno un po’ stancato, ma a un piattone di carne e crauti con kren e vino rosso da Pepi non so rinunciare, oh noooo! Sinagoga, Mausoleo di Oberdan (sempre chiuso, ahimè!), i palazzi di viale XX Settembre, una buona mangiata di pesce:  che si vuole di più nella città di Svevo, o di Stuparich o di Tomizza? Tre giorni soli, ma intensi. E avrei voluto telefonare ad Hans Kitzmüller che abita a Brazzano, non tanto lontana da Trieste, o Trst, o Triest, lui mi capirà.  O forse no, perché io non lo conosco mica l’Hans, con quel cognome così irto e spilloso mi fa un po’ paura, non sarà mica un crucco cattivo? Devo aver pensato questo prima di leggere in treno (Milan-Trieste l’è lunga fieu!) un suo libro dal titolo fascinosissimo, E in lontananza Gorizia. Mi aveva incantato quell’invito allo sguardo e al viaggio, anzi, al pellegrinaggio. Anche perché ho vissuto un mesetto abbondante in Gorizia in tempi lontani, commissario di matura all’Istituto Professionale Cossar, non so se mi spiego. E avevo girato come un ciula le vie e le piazze, spesso stanco come un asino, senza capire nulla della città, perdendomi in una malvasia istriana . Avevo scritto un libro su un suo illustre cittadino, vi avrei ambientato un romanzo, vi avrei conosciuto il fascino di Michelstaedter. 

Ma questo più tardi, con altre visite, con maggiore lucidità e consapevolezza. Sarebbe stato bello, ho pensato,  avere allora come guida l’Hans, piccolo editore, germanista, studioso del territorio e non solo. Sì, dico appunto di Gorizia e dintorni, come ho appreso dalla lettura del suo ultimo libro, davvero bello, commovente. Libro difficile da descrivere, che impone ritmi lenti, come una camminata nel Collio. Io l’ho sorseggiato come una grappa invecchiata, spesso ritornando su qualche pagina. M’intriga l’idea che Hans ci offre del paesaggio, luogo geografico certo, ma poi si sconfina nel simbolo e nella metafora. Diventano così “paesaggi vissuti, paesaggi raccontati”. Diventano “visioni e sensazioni mediate dalla letteratura che a loro volta condizionano la percezione dell’ambiente” (p. 81). Lo sguardo, il paesaggio , la scrittura, la vita. Tutto si confonde, si aiuta, si arricchisce a vicenda: “per essere letti più approfonditamente i paesaggi, tutti, hanno sempre bisogno di qualche buon libro. I paesaggi sconfinano, proseguono nelle biblioteche”(p. 163).  Direi che il verbo sconfinare racchiuda l’essenza del libro. Che ci insegna la differenza tra i confini militari, amministrativi e politici rispetto a quelli del commercio delle merci e delle idee. E poi soprattutto ci sono gli uomini che si incontrano, si sposano, confondono il sangue e le lingue, ricchezza infinita di quelle terre, dove si è parlato e scritto in tedesco, cragnolino, friulano, italiano, sloveno, ebraico. È un invito al viaggio, all’esplorazione di terre stratificate, che non è facile decifrare, ci vorrebbe una guida esperta, come appunto Hans Kitzmüller.    

   Viaggi della mente e del corpo. Viaggi di carta. Non c’è troppa differenza, ci sono libri che ti fanno volare stando in poltrona, molto meglio che un soggiorno bisettimanale in un Club Mediterranè, Sardegna, Kenia o Polinesia sempre uguale è. E invece eccomi davanti a un libro, non semplice ma affascinante assai di Yves Bonnefoy, poeta che mi stregò per caso, una ventina d’anni or sono, versi in copertina bianca, edizioni di poesia Einaudi. In questo testo sono raccolte le conferenze da lui tenute nel novembre del 2001 alla Bibliothèque Nationale de France. Il tema apparente riguarda la folla parigina che si riversa nelle vie e nei boulevards di Parigi a fine secolo: una “moltitudine” dal carattere del tutto nuovo rispetto alle epoche precedenti. Prima di allora in quella folla erano visibili i segni distintivi che consentivano di riconoscere in ciascun individuo la sua collocazione nell’ordine naturale, nell’essere (vengono qui alla mente i romanzoni di Hugo). Libro quello di Bonnefoy dedicato soprattutto alla scrittura di Nerval e Baudelaire. Parigi è lo sfondo, il crogiolo in cui la poesia si fa filosofia e viceversa. Parigi è, paradossalmente “l’epifania del nulla”. Libro tosto, non lo nego, anch’esso da leggere e rileggere, anche se l’autore ci guida per mano, passo dopo passo, con la consapevolezza di parlare a non esperti; quali noi siam, oui oui. Moi, io me lo metto in valigia me lo metto, sono ancora in partenza per l’amata Besançon. 

   Altro testo che degusterò in terra francese sarà Il viaggio in Oriente, scritto da quel maestro indiscusso  di letteratura odeporica che è Attilio Brilli, grand maitre del grand et del petit tour ed esperto  del viaggio in genere, una vero pozzo d’erudizione, oibò. Non delude neppure quest’ultima ricerca che con la solita cura dei particolari, alleggerita da una prosa chiara e fluente, ricompone il bazar capriccioso dell’immaginario nostro orientale, portato in Occidente da viaggiatori ed avventurieri, poi elaborato, gonfiato, indorato da artisti e letterati e gazzettieri. Già, l’Oriente: ab Oriente lux, dicevano i saggi. La Sublime Porta, la luce accecante, il sole, il caldo, le piramidi, il deserto, i cammelli, i pascià, l’islam. L’Oriente, già: le moschee, i minareti, il muezzin, l’harem, il ramadan, il serraglio, gli eunuchi, le odalische, le droghe, odori e sapori e colori diversi. Questo è Oriente, il paese delle mille e una notte, degli eccessi, e della tirannia, liberazione degli schemi, incontro col diverso, rigenerazione. Tutto ciò e ancora altro (con ricchi percorsi bibliografici per i patiti del genere) contiene questo scrigno confezionato da Brilli per un Natale diverso. Buona lettura, anzi buon viaggio. Ricapitoliamo i dati bibliografici:

 

Ø      Hans Kitzmüller, E in lontananza Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2009. Pagine 201 per 20 euro. 

Ø      Yves Bonnefoy, Il poeta e “il fluire ondeggiante delle moltitudini”. Parigi per Nerval e Baudelaire, Moretti & Vitali, 2009. Pagine 147 per 14 euro.

Ø      Attilio Brilli, Il viaggio in Oriente, Il Mulino, 2009. Pagine 365 per 28 euro.

Noi non si nasce Ruscellai, no, caro William, ma abbia pazienza, non siamo mica grulli, il conto l’è sbagliato. Sì, l’oste aveva tentato di fare il furbo, ma la ribollita e la trippa e il chianti non ci avevano del tutto privati del bernoccolo matematico. Firenze, ahimè è anche questo e traffico e smog. L’isola di pace e di silenzio non è solo Santa Felicita, dove approdo ogni volta per venerare paganamente il Pontormo. Ci sono librerie, biblioteche, dove mi tuffo con avidità. Ma stavolta è un pochino differente, me tocca lauà, travagghiari, faticà. Ma è sempre meglio che lavorare in fonderia, direbbe mio padre. Tre giorni tre, intensissimi, alla Biblioteca Nazionale, in sala manoscritti. Io devo lavorare su delle lettere di Edmondo De Amicis, devo ingarbugliarmi nei suoi casini familiari, devo fare equilibrismi sulle sue parole spesso illeggibili, ma in fondo ognuno si fa male a suo modo, ognuno ha il suo vizietto e prima o poi qualcuno mi ricatterà. Certo fa un po’ impressione avere alla sinistra una studiosa dei poeti della corte medicea, alla destra un professore che studia il Machiavelli e di fronte una giovane americana che prova brividi di piacere a compulsare i manoscritti di Galileo: lui il bernoccolo della matematica ce l’aveva davvero, e anche senza binocolo vedeva lontano.  

Dopo ore al tavolino fa piacere uscire verso l’Arno, i ponti, le chiese, il cielo.  Come un automa infilo piazze e vie per far sbollire il cervello e riposare gli occhi. Mi trovo per caso in Piazza del Porcellino e incomincia a piovere. Mi rifugio allora sotto le logge del Mercato Nuovo, odore di pelli, via vai di turisti che si fanno fotografare davanti alla statua del porcellino (ma l’è un cinghialone, grulli!), e gli lucidano il grugno come portafortuna (ma ci vuole la mano destra o la sinistra?). Sono piuttosto stanco, mi rasserena quest’aria familiare e poi mi trovo senza volerlo nel mezzo di una discussione tecnica sui nuovi palloni da calcio, con disquisizioni sottili sulle traiettorie modificate, e citazioni dotte, tra un po’ scomoderanno Galileo, penso malignamente. Qui, tra i venditori di fede viola, si è come spontaneamente installata un’accademia calcistica, e si respira aria di apoftegmi e sillogismi che non sarebbero spiaciuti al Magnifico. Io intervengo timidamente, professando la mia fede calcistica. Il capo della combriccola mi accoglie come un fratello e mi fa sentire a casa. Eppure lui, Safaie Kianoush, ha dovuto fuggire trent’anni fa dalla sua patria, per motivi politici; ma ora parla un toscano perfetto e la sa lunga. Abbracci, foto di rito: grazie fratelli della viola!

No bischeri, non mi sono perso nella pappa al pomodoro, non ho una bruschetta sullo stomaco, so cosa devo fare. Oggi, perdonatemi, non voglio muovermi troppo da Firenze e dai miei nuovi amici del Viola club porcellino. E quindi per stare in tema (sì signora maestra, tendo a divagare, lo so) vi consiglio subito un preziosissimo librino di Silvio Ramat, poeta e professore in quel di Padova; ma l’è nato a Firenze e il cuor l’è viola. Accorata ricognizione del passato, diario poetico, nostalgica ricerca delle radici, tutto questo e altro ancora. Difficile da definire questo testo dalla scrittura fine e calibrata, filo della memoria che si dipana a partire dal dopoguerra, tra San Gervasio e Campo di Marte, a due passi dunque dallo stadio, teatro di gesta memorabili. È il tempo del primo scudetto, di Virgili, di Montuori e di Julinho. Ma il piccolo Silvio – che come tutti si diverte a giocare a ‘tappini’ e annota su un quaderno tutti i dati possibili sui campionati – si identifica piuttosto con il portiere Sarti. La vita, la giovinezza e poi la maturità riletta attraverso un filtro viola; storia personale dunque, ma anche di una famiglia, di una città, di un paese che cambia, nel bene e nel male.    

Sì, Francesco non ti ho dimenticato, non temere. Tra un seminario di filologia rinascimentale (lui) e una full immersion deamicisiana (io) non abbiamo trascurato di incontrarci, vecchi amici di bisbocce carducciane. È un po’ scettico sulla conduzione dei Della Valle (son marchigiani, non scordarlo, e i marchigiani erano gli esattori del Papa, non dimenticartelo!), ma si sa che i fiorentini sono incontentabili, come mi dice sempre l’altro ago della bilancia viola, big Frank, che sta comunque e sempre con chi ci ha riportati in alto loco a disputare la coppa Campioni! Io ascolto e mi diverto nella curva viola. Si discute persino Prandelli e da un po’ di tempo Adrian Mutu, pensa te. Certo, la testa non è libera dopo la mazzata, ma la classe non è acqua. Mutu, campione indiscutibile, arrivato giovanissimo in Italia dalla provincia sperduta della Romania con le stimmate del predestinato, l’erede di Hagi consacrato nella provincia italiana a suon di gol e giocate sopraffine ne ha passate tante di maglie e di avventure. E non è facile cadere e poi risorgere, non è facile. Soprattutto se si è abituati alle luci della ribalta, al boato della folla, alla ricchezza che ti offre tutto e subito. La tua vita è come un romanzo d’appendice, sarebbe piaciuta a Balzac. Forza Adrian, Firenze è con te.

Stavo per chiudere questa lunga passeggiata viola, tra manoscritti e campioni e ribollite, quando mi arriva sulla scrivania una busta gialla imbottita. Altro libro, oibò, altro giro, le danze ancor finite non sono, si ritorna in pista, è il bello della diretta e pippobaudate simili. Si estrae il libro come la colt dalla fondina, ci sono mazzate cartacee che possono davvero farti male, fori di proiettile nella sostanza grigia, ciao ciao neuroni, è stato bello stare con voi, ma non mi ricordo più da quando. E invece ecco apparire la copertina azzurra dell’ultimo saggio della premiata coppia Salvi-Savorelli, di cui già parlai - oui, très bien!- a proposito del libro Tutti i colori del calcio (lettore, vedi qui sotto di trovarlo, che c’è).  I due studiosi proseguono un po’ su quella scia, con un’originale impostazione di ricerca che discende udite udite dai lombi nobili del’araldica, approfondendo però soltanto (si fa per dire, neh!) la comunque ben ricca sezione calcistica toscana. Ecco quindi un libro sulle origini del football toscano; un lungo viaggio nel tempo, a partire come è ovvio dal calcio fiorentino, di cui giustamente fin dalla prima pagina, si delimitano con scrupolo storico i limiti e le differenze rispetto al football (”Un pregiudizio ben radicato a Firenze…”). No, non è così sbruffoni fiorentini. Nessuna concezione dunque alla vanagloria locale, né alle leggende metropolitane, nate tra una ribollita e un piatto di cannellini. I due chirurghi hanno assai affilato il bisturi, che recide sicuro tra Madonna storia e Sorella filologia; e dunque seziona, ispeziona, taglia, ricuce con polso fermo e sguardo concentrato, senza nostalgiche certezze o cedimenti al sentimento. Ne esce un quadro mosso e assai nuovo (almeno per me che pure dedicai un libro profeticamente allucinato alla beneamata: Viola come il sangue, Limina 1999, me par). Soprattutto sul versante della viola, dove vengono riviste e spiegate tante vicende leggendarie, tradizioni orali senza fondamenti documentari. Persino sull’origine e gli sviluppi della maglia e del suo colore la coppia tremenda ci dice cose inedite, che dalle rive dell’Arno ci sospingono sino alle sponde magiare  del bel Danubio blu. Un viaggio davvero originale ed istruttivo, corredato da tanti documenti iconografici che rendono la lettura ancora più vivace ed appetitosa.

   Da un amore all’altro, mais c’est la vie. Noi non siamo nati Rucellai né Odescalchi, ma con cucita addosso la pelle di Tigrotti. Non solo quelli di Mompracem, ma anche della più prosaica Busto Arsizio che da novant’anni e più ama la sua squadra di calcio, la per me mitica Pro Patria., nata da una costola della sezione ginnastica (addirittura fondata nel lontano 1881) e poi fusasi nel 1919 con la locale compagine calcistica Aurora, nata a sua volta intorno al 1909, che dunque fa un secolo tondo tondo di storia, e di gloria. Abbiamo sfiorato l’impresa lo scorso anno, arrivando al match finale contro il Padova: la vincente in serie B. Sappiamo com’è andata, ahinoi! Di quella festa mancata rimangono tanti ricordi e tanti rimpianti. E resta soprattutto un bel libro fotografico, che i tifosi hanno voluto regalarsi. E hanno fatto bene, perché loro rimangono la parte più sana e più vera nel regno infido di Eupalla. A loro tocca il fardello dell’entusiasmo, da rinnovarsi a ogni giro di walzer del campionato, a loro tocca il peso della memoria, che questo libro contribuirà a mantenere viva, grazie soprattutto alla seconda parte ricca di belle e struggenti fotografie d’antan, dove sfila anche mezzo secolo di mia vita (son vecchio!). C’è ora il progetto di un archivio e di un museo storico. La città e la squadra se lo meritano.   

Siamo così giunti alla fine della trasferta fiorentina (con nostalgie di casa), ma non dimentico i riferimenti bibliografici per i miei undici fedelissimi lettori:

 

>Silvio Ramat, Palla al centro, ovvero la gloria e la memoria, Sedizioni, Milano 2009 (tel. 0245479442). Pagine 94 per 11,50 euro.

 

>Matteo Morandini, Come nessuno. Adrian Mutu, la consacrazione di un fenomeno, Limina, Aresso, 2009. Pagine 152 per 18 euro.

 

> Sergio Salvi-Alessandro Savorelli, Viola & Co. Storia e colori del calcio in Toscana (1898-2008), Le Lettere, 2009. Pagine 170 per 15 euro.

 

>90° anno Pro Patria et Libertate, Archivio Fotografico Italiano, 2009. Pagine 143 per 20 euro.

 

   Sì, lo confesso ultimamente ho un po’ battuto la fiacca, non meriterò gli incentivi di Brunetta, hai ragione ministro. Sarà  questo settembre che sembra il prolungamento dell’estate, dove però ho sofferto pene d’inferno per la cervicale e non mi sono mica tanto riposato;Saranno le piogge improvvise di quest’ottobre ahimè umidastro, sarà. Ora tra un po’ di riabilitazione in palestra (ciao Vinicio, ciao Gianfranco), un po’ d’impegni vari, le solite scadenza da rispettare, fatto sta che i libri si accumulano pericolosamente  sulla scrivania e con le loro copertine intriganti sembrano gridare come veline impazzite “scegli me scegli me!”. Ah com’è bello il potere ah come mi piace sfogliare i libri, annusare la carta, leggiucchiare qua e là; è come scegliere il boccunciello prelibato tra menu intriganti (ma non rischio di morire di fame). Il difficile viene dopo, raccontare ai miei 11 fedeli lettori qualche nuova storia, qualche nuovo viaggio. A proposito dei quali, non posso fare a meno di ricordare una rapida escursione troppo rapida ahimè nella virgiliana Mantova, invogliato da un incontro con il mio ex collega ma tuttora amico Adalberto, penna sportiva agguerritissima. Pretesto una mostra fotografica che qui vi voglio descrivere a modo mio.

   Pronti via! “Quando corre Nuvolari… quando passa Nuvolari”. A molti tornerà in mente cette chanson della coppia Dalla-Roversi, che a metà degli anni settanta (come siamo vecchi Adalberto!) ha riproposto con forza il mito dell’uomo volante, maschera di fango senza mai paura, adorato dal pubblico, oui. Fossero motociclette o, più avanti, automobili, Tazio, figlio sputato dalla provincia mantovana, non si tirava mai indietro, mai. E la gente lo attendeva fremente sulle strade polverose della Mille Miglia (“per ore ed ore…”): folle corsa che scuoteva come un brivido la penisola. Corre ancora nella schiena un’emozione forte a vedere esposti in una bella mostra nella patria che fu del pacifico e agreste Virgilio (“Mantua me genuit” e poi non ricordo che la tarantella liceale titiretupatulèrecubanssubtegminefagi, non chiedetemi il significato, né che il lasagnone latino sia perfettamente impastato e sfornato) bolidi cavalcati non da Tizio ma da Tazio: macchine perfette dal profilo flessuoso come i fianchi di un donnone supercarrozzato o di un agnolotto ripieno ripieno (ah, w la zucca w!); ma anche bare volanti con quei pneumatici stretti, un telaio ridotto all’osso per esaltare il rombo potente dei cavalli trattenuti a fatica dentro il cofano lucente. Italietta che voleva diventare Impero, Mussolini alla battaglia del grano, falce in pugno. Ma anche appunto tecnologia, motori, idrovolanti, eroi dell’aria. Nuvolari con la sua faccia di contadino fattosi borghese ben rappresenta questo passaggio epocale, per altro evocato anche da filmati presenti in mostra. Queste riflessioni vengono spontanee nella sezione (L’Asso degli Assi) dedicata appunto al pilota. Ma poi c’è la vera sorpresa, che dà il nome alla mostra, Quando scatta Nuvolari… Perché lo scatto non è solo quello del pilota alla partenza ma anche – e qui sta la novità – del fotografo Tazio Nuvolari. Un dilettante certo Tazio, ma non sprovveduto che ha certo attraversato la prima metà del secolo, che ha osservato con attenzione gli esercizi dinamici del secondo futurismo, che ha probabilmente adocchiato le avanguardie, in specie la pittura metafisica di Morandi, cristallizzata in un fotogramma. Dunque davvero una scoperta graditissima e insperata. Corrono davanti agli occhi dei visitatori centinaia di documenti di un’epoca, tra pubblico e privato, con l’insistenza certo sui ritratti dei familiari, ma con aperture curiose ed insolite al mondo. Dei motori, ma non solo. Una mostra da visitare senz’altro, nella splendida cornice di Palazzo Te. E un catalogo prezioso da sfogliare e meditare nelle fredde e nebbiose sere che verranno. 

   E a proposito di mostri d’acciaio e di mostre o ricorrenze o celebrazioni sparse nel lungo stivale, tra la sagra della bruschetta o del fungo porcino o delle caldarroste, si sono chiuse o si stanno chiudendo le sterminate esposizioni futuriste. Celebrazioni accademiche e liturgie con episodi di vera e propria beatificazione e anzi santificazione che fanno un po’ sorridere. Che diranno mai di lassù i protagonisti storici, i Boccioni & Company, che dirà quel casinista geniale di Marinetti, che pure (me par) indossò divisa e spadino accademico? Meglio tornare alle opere, ai progetti, alle lettere, spesso geniali anticipazioni di maggiori travagli. Documenti, carte che affascinano, segni e parole in libertà, che paiono composti di fresco. Meglio sfogliare con interesse e anzi con libidine cataloghi come quello meraviglioso che ho davanti, dove sono appunto le carte gli inchiostri e le nuove scritture a dominare e a generare dopo un secolo nuovi figli che anche oggi, ma anche domani daranno frutti. Ne ho avuto conferma visitando ieri nella piccola ma sempre affascinante Maccagno (sponda varesotta del Lago Maggiore) una mostra al Civico Museo Parisi Valle (sarà aperta sino all’8 novembre). Partitura a tre voci, dialogo di generi, scritture del cuore e della mente a confronto, pas mal. Futurismo grande madre, ne avevo già avuto conferma sfogliando il bel catalogo Parole contro, uno sguardo intenso sulla poesia visiva nostrana (qui anzi toscana e fiorentina in ispecie); fenomeno artistico un po’ troppo trascurato in quest’italietta provincialotta che sembra ascoltare solo il tam tam delle grandi mostre, dei nomi risonanti, dei curatori narcisi incurabili. Tempo di protesta gli anni sessanta, società in subbuglio in attesa dell’infocato maggio francese, ricerca di linguaggi inediti, da contrapporre alla monotonia censoria e frustrante del quotidiano. Libri di storia recente eppure sconosciuto ai più…   

   Davanti a questi testi, incroci di esperienze, cortocircuiti del pensiero, mi viene in mente il mio vecchio amico Luciano Caruso, grande fiero orgoglioso intellettuale del sud trapiantato nella classicissima Firenze. Fu lui a farmi innamorare del Futurismo, lui che già negli anni sessanta-settanta aveva intuito tutto, e dunque ricercava e raccoglieva testi e studiava la nostra unica avanguardia europea quando i professori sdegnati la definivano fascista pasticciona e confusionaria, vaderetrosatana!. Alcuni di questi soloni cattedratici, come è ovvio, sono ora ai primi posti a tesserne le lodi, a prefare cataloghi e blablà e blablà e bibiebibò. Boh. Ciao vecchio Luciano, infaticabile studioso, miniera inesauribile di creazioni e invenzioni e ri-edizioni e contro-proposte intorno e dentro al mistero della scrittura – che belle chiacchierate insieme, anche se ora ti posso confessare che capivo solo un terzo dei tuoi ragionamenti ! -; equilibrismi sul filo dell’enigma del Linguaggio e sul trapezio senza rete del  Libro, mano che guida il pensiero dopo l’esplosione di Babele…  Ciao Luciano,   che hai studiato, ricusato, attraversato, tagliato, ricucito, incollato trent’anni e più di avanguardia e storia artistica, tra scritture libri oggetto poesia visiva concreta e quant’altro… (per chi desiderasse conoscerlo c’è una sua mostra sino al 31 ottobre a Torino chez Freddi Libreria antiquaria: www. antiquafreddi.it).

Dimenticavo i necessari riferimenti bibliografici che immantinentemente qui sotto colloco per i librofagi che volessero incominciare lo spuntino:

 

 

Ø      Quando Scatta Nuvolari. Storie velocità passioni. !7 settembre-18 dicembre 2009. Mantova, Fruttiere di Palazzo Te. Catalogo Silvana editoriale, 2009,  35 euro.

Ø      F.T. Marinetti e il futurismo, Federico Motta editore,  2009. s.i.p.

Ø      Allegorie della scrittura. Mario De Leo, Raffaele Penna, Grazia Ribaldo, Comune di Maccagno-Civico Museo Parisi Valle, 2009, 5 euro.

>    Parole contro 1963-1968. Il tempo della poesia visiva, Carlo Cambi editore, 2009, euro 20.


Chiudi
Invia e-mail